La rivoluzione che nessuno vuole

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Maurizio ha 50 anni, fa il commercialista e vive in Toscana, lontano da quell’acquario che è la Capitale. Dove si respira politica, si parla di politica e si “mangia” con la politica. Dunque quanto di meno attendibile vi possa essere per tentare un’analisi seria. Solo osservando da fuori, e non standoci dentro, si riesce ad essere un po’ più neutri. “Cosa penso di questa storia del capo dello Stato? Mah, che hanno già deciso tutto ma fanno di finta di non averlo ancora fatto per farci credere che siamo in democrazia. Invece…”. Invece siamo nel bel mezzo dei giochi di potere. Anzi dei palazzi per il Palazzo. Ecco, per quanto non lo si voglia vedere – e soprattutto accettare – la politica italiana è fatta di paradossi. Macroscopi, a dire il vero.

Perché nell’anno uno dell’era renziana (trattasi di pura ironia connessa ad alcuni tratti caratteriali del premier Matteo Renzi, e non certo di un richiamo storico a un passato che non deve ritornare) il cittadino elettore ha sempre più netta la percezione della distanza fra chi governa e chi viene amministrato. E la partita del Quirinale ne è il paradigma. Nelle segreterie di Camera e Senato giacciono inevase numerose proposte di legge che chiedono l’elezione diretta al Colle. Una riforma costituzionale che piace a tutti, premier compreso, ma che nessuno vuole realmente fare. Nell’arco di questo primo anno di governo sono state presentate agli italiani riforme di tutti i tipi, ma nessuna davvero funzionale al rimodellamento della Costituzione. Che non ha bisogno di un restyling completo ma di un semplice tagliando. E l’introduzione dell’elezione diretta al Quirinale sarebbe stata davvero una rivoluzione senza cannoni, l’unica che ci possiamo permettere, vista la crisi incombente. Senza l’ambizione di voler essere dei costituzionalisti, gli articoli 83 e 84 della Carta meritano di essere ricordati, avendo dentro di sé la vocazione al voto diretto. “Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri”, recita l’articolo 83 nel primo capoverso,

“All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta ha un solo delegato. L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta”. Ma la chiave di tutto è l’articolo 84. “Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici”. L’elezione diretta del capo dello Stato altro non sarebbe che il riconoscimento del lavoro fatto dai padri costituenti. Insomma, il dopo Napolitano potrà essere uguale o contrario al novennato che si è appena concluso (la sensazione è che sarà molto diverso dato che il protagonismo esasperato di Re Giorgio non sarà duplicabile) ma non porterà nessuna novità vera, sostanziale. Dentro all’acquario le mutazioni genetiche sono molto lente, soprattutto se chi governa vuole perpetrare se stesso fino a quando i giochi glielo consentiranno. E anche se avremo una donna al comando cambierà solo il genere, non la sostanza. In attesa di quella vera riforma, l’elezione diretta del capo dello Stato, che farà dire a Maurizio, commercialista a tempo pieno nella rossa Toscana che “il novo presidente è il mio presidente”, perché lo avrà votato. Ma dovrà avere pazienza…

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