La retromarcia italiana sul fronte libico

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In questo periodo di stop imposto dal coronavirus, sembra che il nostro Paese si sia dimenticato della Libia o, almeno, abbiamo posta poca attenzione al contesto libico e in questi ultimi mesi abbiamo perso terreno. Oggi come oggi rischiamo di essere fortissimamente ridimensionati in termini di capacità di proiezione su quel Paese. Perché c’è il rischio che la Tripolitania vada sotto ala turca e la Cirenaica sotto quella russa ed egiziana, e che all’Italia rimanga un po’ di Fezzan, la parte meridionale, al confine con il Niger, che ha una rilevanza strategica secondaria. Se così fosse, dovremo sperare che almeno la questione degli approvvigionamenti energetici, quindi la presenza di Eni, rimanga più o meno confermato. Ma è chiaro che se la fotografia di queste ultime settimane si dovesse cristallizzare, significherebbe fondamentalmente che l’Italia uscirebbe di scena. E, di rimando, perdere un posizionamento importantissimo nel Mediterraneo.

L’Italia, se è una potenza regionale, lo è nel Mediterraneo, non in altri posti. La sponda sud, per noi quella libica, era importante in termini di collaborazione, di influenze. In questi ultimi mesi, si è visto un deciso deterioramento della capacità italiana di giocare un ruolo, il quale ha a che fare con dinamiche complesse, come gli Stati Uniti che si sono tirati indietro, altri attori che hanno instaurato una presenza significativa e che hanno capacità di spostare forze armate nel Paese, cosa che i Paesi europei sono sempre stati riluttanti a fare. La realtà sembra insegnarci che se non si portano uomini armati sembra difficile giocare un ruolo in un contesto così complicato.

L’incremento della presenza in Niger e in altre zone al di sotto della fascia mediterranea dev’essere pensato in modo integrato. Mentre in Libia l’Italia c’è sempre stata, il Niger è un Paese dove l’influenza francese è molto più significativa. Pensarlo come un sostituto sarebbe un’assurdità: se uno dei temi più importanti, anche se non l’unico, è quello delle rotte migratorie, è chiaro che il corridoio che dall’Africa subsahariana porta al Mediterraneo è quello: tra il Niger e la Libia. Una nostra presenza lì sarebbe importante ma va innanzitutto negoziata con il governo locale e, poi, con i francesi. Cosa che non è affatto facile. La nostra presenza in Niger è complicata, perché rischiamo di essere “assistenti” della Francia, non esattamente il progetto più ambizioso che si può avere in politica estera.

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