MARTEDÌ 07 FEBBRAIO 2017, 000:02, IN TERRIS

La politica dei doppioni

MACARIO TINTI
La politica dei doppioni
La politica dei doppioni
Una volta, volendo mettere in difficoltà il proprio interlocutore, bastava sostenere di non voler morire democristiano per chiudere il discorso. Frase furba, ad effetto, ma dal destino ingrato, considerato come sono andate a finire le cose. Oggi sono in molti, se non tutti, coloro che rivorrebbero indietro la cosiddetta Balena Bianca. Tangentopoli l’ha spazzata via, ma non la storia. E questo è un dato di fatto. Come lo è il rischio concreto di diventare strabici.

L’attuale quadro politico italiano si compone di un primo e di un secondo. Di un numero uno e del suo doppio. Che non sono affatto l’uno speculare all’altro, come in un gioco di specchi, ma sono antitetici, se non addirittura contraddittori. Partiamo dall’alto. Al Quirinale c’è un capo dello Stato, Sergio Mattarella, che viaggia con la Costituzione in mano. A pochi metri di distanza c’è un presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, che viaggia senza una copia della Carta. Il primo è garante, il secondo è giocatore.

Lo stesso ragionamento vale per Palazzo Chigi, dove il premier in carica, Paolo Gentiloni, è costretto a interfacciarsi con Matteo Renzi, premier in panchina, ma sempre pronto ad entrare in campo. E questo gioco del protagonista e del suo doppio è applicabile a molte altre caselle della politica, comprese le segreterie dei partiti, producendo un risultato a dir poco disorientante. Perché il Paese avrebbe bisogno di chiarezza e non di doppiezza.

Il sistema politico italiano, nella sua totalità, sta vivendo una fase di transizione molto complessa, difficile da decifrare. Il presidente Mattarella, pur non venendo meno al suo ruolo di “supervisore” e, quando occorre e gli è permesso dalla Costituzione, di arbitro, rimane da parte, lasciando ai partiti, alle forze in campo tutta l’autonomia e l’indipendenza possibile per rimodellarsi, ridefinirsi, assumere una nuova veste. E prendere decisioni. Sullo sfondo, ovviamente, si staglia l’ombra delle elezioni politiche e su quando andare a votare. Un dibattito, quello sulla data, che spesso prende forma di uno scontro vero e proprio, che vede da una parte i sostenitori del “voto subito” quale che sia la legge elettorale (uno schieramento politicamente illogico, che vede insieme Pd di Renzi, M5S, Lega Nord e Fratelli d’Italia) e dall’altra chi punta a ritardare il voto a dopo l’estate, se non a scadenza naturale della legislatura, nella primavera del 2018, sostenendo la necessità di avere un sistema di voto omogeneo per Camera e Senato.

Senza dimenticare lo scontro, duro e senza esclusione di colpi, in atto all’interno del Pd, con i big storici del partito all’attacco del segretario ex premier. Un duello rusticano che pone un tema serio: quanti sono i segretari del Pd? E il Pd esiste ancora oppure siamo già di fronte a tutti partitini democratici? L’uno e il suo doppio, appunto. In mezzo a tutto questo si è inserito l’ex inquilino del Quirinale. Con un intervento che ha provocato non poche polemiche, Napolitano ha perorato la data del 2018 per le elezioni, sostenendo che non si va alle urne anticipatamente per mera tattica politica ma solo se esiste un motivo serio. Un attacco netto, senza possibilità di fraintendimenti, alla posizione assunta da Renzi, anche se in molti hanno voluto vedere nella sua uscita un invito a continuare a perseguire il suo “progetto di riforma”, avviato durante gli anni al Colle. Non uno ma due capi dello Stato.

Diverso l’atteggiamento tenuto da Mattarella, che non ha mostrato di avere un progetto, pur sollecitando il mondo politico su molti temi, quanto di avere come compito principale quello di ascoltare, nel caso aiutare, i progetti degli altri. Progetti che ovviamente debbono andare verso il bene comune. Non tocca a lui pronunciarsi, anche perché in ogni caso la legislatura è al termine e oggettivamente si parla di pochi mesi di differenza fra il “voto subito” e il voto dopo l’estate o a scadenza naturale di legislatura. Senza dimenticare che se si andasse alle urne a scadenza (precedenti elezioni svolte il 25-26 febbraio 2013) le Camere verrebbero sciolte comunque tra dicembre e gennaio. Certo, sono questi pochi mesi il terreno di scontro fra i partiti ma la situazione del Paese, ancorché difficile, non è quella in cui si è trovato a lavorare Napolitano.

Anche i contrasti con l’Unione europea sui nostri conti pubblici sembrano essere più di maniera che di sostanza. E comunque utilizzati dalle forze politiche per fare battaglia. Un quadro non drammatico quindi, in grado di consentire a Mattarella di attendere lo sviluppo del dibattito o, dettaglio non secondario, la pubblicazione delle motivazioni della sentenza sull’Italicum. Infine vale la pena ricordare gli importanti appuntamenti internazionali che attendono il nostro Paese nei prossimi mesi, ai quali non sarebbe produttivo presentarsi con un governo dimissionario e senza poteri. Meglio, dunque, la chiarezza della doppiezza. Anche di coloro che appaiono chiari e netti. Ma solo a parole.
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