MERCOLEDÌ 05 GIUGNO 2019, 00:02, IN TERRIS

La metamorfosi di Conte

ENRICO PAOLI
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Giuseppe Conte
Giuseppe Conte
L’

avvocato del popolo si è trasformato in avvocato populista. Una parabola, quella del premier Giuseppe Conte, che in pochi avevano pronosticato, considerando l’inquilino di Palazzo Chigi una sorta di studente in subaffitto, tenuto per le mani e per i piedi dai due vicepremier. Certo, il suo discorso alla nazione, con le telecamere accese nel "salone di Renzi" (quello del famoso passaggio di consegne con Enrico Letta) anziché alle Camere, non è stata una grande intuizione. Quel dettaglio formale legittima un’idea sostanziale: mica vuole fondare un suo partito, varare una sua lista? Possibile, niente affatto improbabile.  

Già Mario Monti lo ha fatto in passato. Con quali risultati è noto a tutti. Ma oggi lo scenario è cambiato e il viale del tramonto di Berlusconi e il declino irreversibile di Forza Italia legittima visioni sulla costruzione di un centro democratico nel campo del centrodestra. Del resto a spigolare tra le pagine dei giornali qualche indizio lo si trova, insieme a qualche risposta. Secondo Francesco Verderami del Corriere della Sera, il richiamo di Conte alla Carta costituzionale “è un modo per trovar riparo sotto l’ombrello del Quirinale” e, visto che i suoi due vice non l’ascoltano, il farsi ascoltare attraverso gli italiani, “più che un’innovazione è una deviazione dalle regole, e la forzatura evidenzia la debolezza politica del premie"r. Tuttavia la scelta di "parlare agli italiani" lo mette in sintonia (anche) con quei cittadini, che il 26 maggio hanno dato un evidente segnale di disaffezione”.

Insomma, l’avvocato Conte prova a dar voce al politico Conte, avvertendo l’esistenza di uno spazio nel quale inserirsi. Sul punto conviene aprire la tripolina e aspettare gli eventi, sulla riva del fiume. Prima o poi passerà o l’uno, l’avvocato del popolo, o l’altro, l’avvocato populista. Anche per Repubblica, tornato ad essere giornale-partito, “c’è molto delle preoccupazioni di Sergio Mattarella” nell’intervento del premier a Palazzo Chigi. “Tutto il suo discorso è rivolto alla Lega”, riottosa e recalcitrante a seguire le regole, ma poi “c’è anche un Conte inedito che si smarca dai 5 stelle, in maniera un po’ acrobatica”, che è sembrato andare “in cerca di popolo, di una legittimazione diretta mettendosi in posizione equidistante dai due litiganti e quindi nel ruolo del tecnico responsabile, sempre che gli elettori ne sentano il bisogno”, sostiene il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, che prova a domare la tigre.

Molto più prosaicamente, e Conte non è un ingenuo, il premier sa bene che non esiste alcuna “fase due”, nonostante sia l’attore di un governo tramortito e consumato. Probabilmente nella sua visione esiste un margine per frenare Salvini nella sua spinta verso le elezioni anticipate a settembre. Forse, chissà. La teoria, volendo riassumere, è quasi banale. Se la maggioranza è in rovina, forte della sua legittimità istituzionale Conte si sente abbastanza forte, nonostante le apparenze, per tentare di mettere all’angolo il vincitore del 26 maggio. Un azzardo degno di un giocatore di poker ad un tavolo con tutti bari professionisti.  

Conte, questa è l’impressione degli analisti più accorti, avrebbe particolarmente a cuore il negoziato con la Commissione europea in vista dell’autunno. Se la mossa del cavallo dovesse riuscirgli, attraverso il ricorso a tutti gli equilibrismi necessari, Conte userà l’Europa per tagliare le unghie al capo della Lega, l’autentico bersaglio del suo intervento. Infine c’è chi mette l’accento sulla “grammatica costituzionale” del percorso scelto da Conte, il quale avrebbe potuto, o dovuto, presentarsi in Parlamento e chiedere un voto di fiducia. “Sarebbe l’abc”, annota Marcello Sorgi su La Stampa, “e se non l’ha fatto, preferendo rivolgersi al popolo a reti unificate, avrà avuto le sue ragioni”. O magari le ragioni sono quelle dei 5 stelle, ai quali Conte non ha fatto certo un dispiacere.

E così l’Avvocato del popolo, dicendo a tutti come stanno le cose, e sottolineando che “se sono andate così non è colpa mia”, diventa l’avvocato di se stesso. Molto populista ma non ancora popolare, nonostante gli enormi sforzi di decifratura da parte dei cosiddetti giornaloni. Però hanno iniziato ad occuparsene è questo è un dato oggettivo per il premier Conte. Almeno questo obiettivo lo ha centrato.

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