La democrazia chiede ai cittadini di essere protagonisti

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Per decenni ci siamo consegnati a una delle superstizioni più rassicuranti della modernità: l’idea che il futuro, per il semplice fatto di venire dopo, sarebbe stato migliore. Il progresso era diventato una religione: bastava attendere. Un pilota automatico avrebbe fatto il lavoro al posto nostro. Ora quella certezza presenta il conto. Guerre, diseguaglianze e fragilità delle istituzioni ricordano che nessuna conquista è definitiva. La storia può arretrare, quando i cittadini rinunciano alla fatica di esserne protagonisti.

È nel vuoto della partecipazione che prospera la demagogia. I suoi professionisti trasformano il disagio in rancore e gli consegnano un nemico. Il copione è noto: una promessa smisurata, una soluzione elementare, un colpevole da esibire. Alla complessità lo slogan; alla responsabilità il capro espiatorio; alla politica l’uomo forte. Ogni apprendista demiurgo promette di restituire il potere al popolo purché il popolo smetta di esercitarlo.

La democrazia non vende miracoli. È lenta, imperfetta, faticosa. Ma resta coerente con la dignità della persona perché domanda cittadini, non fedeli. La Dottrina sociale della Chiesa ne indica una grammatica esigente: bene comune, solidarietà, sussidiarietà, partecipazione. Parole inutili nei convegni, decisive nell’economia, nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro.

Il bene comune non è la somma degli appetiti individuali. La libertà non è il privilegio del più forte di imporre le proprie condizioni. La sussidiarietà non è l’alibi elegante con cui lo Stato abbandona i fragili: è la responsabilità di sostenere persone e comunità perché siano protagoniste.

Qui si misura la democrazia. Quando i cittadini arretrano, altri poteri avanzano: economici, finanziari e politici. Il vuoto democratico non rimane mai vuoto. Se la società diventa una moltitudine di individui isolati, il più organizzato comanderà sul più debole e chiamerà magari “libertà” il proprio dominio.

Occorre ricostruire ciò che abbiamo lasciato deperire: corpi intermedi, associazioni, volontariato, cooperazione, sindacato, comunità locali. Luoghi nei quali la solitudine diventa relazione, il bisogno acquista voce e la protesta si trasforma in proposta. È qui che la sapienza popolare torna forza politica senza degenerare nel populismo.

Anche la pace esige manutenzione quotidiana. Nasce dalla cura della verità, della libertà e della giustizia. Il male, tollerato, cresce; giustificato, pretende obbedienza; divenuto sistema, si traveste da normalità.

È tempo, dunque, di un nuovo patto civile, non di nuovi salvatori. Bisogna restituire fiducia agli umili senza blandirli, rappresentarne le domande senza usarne la rabbia, costruire giustizia senza fabbricare nemici. La democrazia non ha bisogno di spettatori impauriti né di sudditi plaudenti. Ha bisogno di cittadini. Perché quando un popolo rinuncia a partecipare alla propria storia, arriva sempre qualcuno disposto a scriverla al suo posto.

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