GIOVEDÌ 23 LUGLIO 2015, 000:10, IN TERRIS

La debolezza del populismo

AUTORE OSPITE
La debolezza del populismo
La debolezza del populismo
lettaLa rete alimenta il mito della democrazia diretta. Mi informo, condivido, partecipo, commento. Tutto in tempo reale, tutto direttamente. E allora perché non posso anche decidere, direttamente? Soprattutto - e qui entra in gioco la variabile crisi - se chi lo fa al posto mio dimostra, secondo me, di non essere capace. Soprattutto se "ruba" o spreca i miei soldi. Soprattutto se deve partecipare, per rimettere il dito nella piaga, a più di 30 vertici europei per arrivare ad una decisione importante. I "soprattutto" proseguono potenzialmente all'infinito: dalla critica di buon senso all'indignazione, fino ad arrivare ovviamente al populismo. Che però non è l'unico approdo possibile, non è una condanna inevitabile. Lo diventa se a tutti gli altri "soprattutto" la democrazia rappresentativa non è in grado di rispondere con autorevolezza. Superando i suoi limiti decisionali e di visione, nel caso dell'Unione Europea. Emendandosi "soprattutto" dai propri difetti storici, nel caso della democrazia italiana.

Uno dei difetti da superare è, per esempio, quello della "scorciatoia istintiva". Che in questo caso è duplice. Da un lato c'è la chiusura: siccome la partecipazione ha anche, come effetto collaterale, il populismo, si sceglie di scoraggiarla o addirittura di comprimerla. Dall'altro lato, c'è l'emulazione: siccome il populismo oggi funziona in termini di consenso e tutto sommato non comporta troppi sforzi di comprensione, si sceglie  di imitare toni e spesso anche argomentazioni. Entrambe le reazioni, in verità, denotano debolezza. Perché chi si chiude ha paura del confronto e della contaminazione. E chi attacca, invece, mistifica, non è solido nella propria identità.

Inoltre, tutte e due le reazioni sono la negazione dell'essenza più profonda della democrazia, che è aperta e ha un indiscutibile fondamento ideale. Il punto, dunque, è capire come valorizzare questa rivoluzione della partecipazione, renderla lo strumento per "andare insieme, andare lontano", senza però alimentare l'illusione della democrazia diretta.

Il caso italiano, per una volta, mi sembra possa funzionare come spunto di riflessione positiva anche per l'Europa. Tra i nuovi movimenti politici dei principali Paesi della UE accomunati da una critica radicale al sistema dei partiti, il Movimento 5 Stelle è quello che per primo, in ordine di tempo, è salito alla ribalta grazie a una straordinaria prestazione elettorale. La Rete è stata senza dubbio lo strumento che ha reso possibile quel 25% altrimenti inimmaginabile nei processi politici precedenti alla rivoluzione digitale e in mancanza dell'apparato di organizzazione aziendale su cui poté far leva Berlusconi nel 1994.

Sia pure con le dovute differenze, anche altri movimenti europei via via cresciuti negli ultimi anni hanno utilizzato Internet come piattaforma di riferimento e come veicolo principale dei propri contenuti. Quel che oggi differenzia il M5S dagli altri - penso alla Francia o alla Gran Bretagna, anzitutto - è la sua partecipazione piena al sistema della democrazia rappresentativa. Quella che una volta si sarebbe detta "istituzionalizzazione".

Per questo - nonostante conosca le forzature del M5S e abbia spesso vissuto le modalità con le quali organizzava l'opposizione al mio governo con disagio, anche personale - ritengo che la piena cittadinanza del Movimento nel nostro circuito istituzionale sia un successo di sistema. Da noi hanno vinto il Parlamento e le istituzioni, non la rabbia più o meno organizzata in protesta fori dalle istituzioni stesse. Da noi la democrazia ha saputo incorporare l'espressione del disagio e della critica, anche radicale, al sistema, senza modificarla.

tratto da "Andare insieme, andare lontano"
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