LUNEDÌ 01 LUGLIO 2019, 00:02, IN TERRIS

La cultura dei ponti

GIACOMO GALEAZZI
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Muro di Berlino
Muro di Berlino
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a Chiesa non ha mai nostalgia. In duemila anni la comunità ecclesiale ha sempre saputo rinnovarsi. E, come amava ripetere il cardinale Carlo Maria Martini, il “cristianesimo è giovane”. La cultura cattolica non ama particolarmente gli anniversari, preferisce giustamente volgere lo sguardo al futuro. Ma la fine della guerra fredda è stata davvero un cambiamento d’epoca nel quale l’azione della Santa Sede è stata realmente determinante. C’è una generazione che non ha conosciuto l’Europa divisa in due dalla cortina di ferro. Trent’anni fa è crollato il muro di Berlino anche grazie all’opera di liberazione di coscienze svolta da Giovanni Paolo II. In una recente interviste il suo successore papa Francesco ha messo in guardia da “questa cultura di difendere territori facendo muri”. E ha sottolineato che “già ne abbiamo conosciuto uno, quello di Berlino, che ci ha portato tanti mal di testa e tanta sofferenza, ma sembra che quello che fa l'uomo è quello che non fanno gli animali: l'uomo è l'unico animale che cade due volte nella stessa buca. Rifacciamo le stesse cose”.

Trent’anni fa il mondo era spaccato a metà fra comunismo e capitalismo. Sarebbe ridicolo ritenere che sia stato il Papa ad abbattere con le proprie mani il comunismo”. Scriveva così Giovanni Paolo II, pochi mesi prima di morire, nel suo libro “Memoria e identità”. Ed era la verità, secondo la testimonianza del decano dei vaticanisti Gianfranco Svidercoschi, ex vicedirettore dell’Osservatore Romano e stretto collaboratore di Karol Wojtyla per alcuni documenti fondamentali del suo pontificato. La verità della storia. La verità di ciò che era accaduto nell’Europa dell’Est sul finire del secondo millennio. “I fatti del 1989,  rileggendoli oggi, trent’anni dopo, avevano colto di sorpresa tutti- ricorda Svidercoschi-. Erano arrivati all’improvviso, anzi, proprio per i loro sviluppi incruenti, in modo inatteso, inaspettato. Incredulo l’Occidente. Presi in contropiede, sconvolti, i dirigenti dell’Urss”. Eppure, il 1989 aveva avuto una lunga gestazione. Una gestazione sotterranea, come un fiume carsico. Avviata dall’Atto finale di Helsinki nel 1975.

Mosca aveva ottenuto quel che voleva: l’inviolabilità delle frontiere, quindi la riconferma della divisione dell’Europa in due, come aveva preteso Stalin a Yalta. Ma da Helsinki era anche uscito il sostegno alla causa dei diritti umani, al rispetto delle libertà individuali e collettive, compresa la libertà religiosa. E, tutto questo, aveva aperto una crepa nell’impero sovietico: una fenditura che, allargandosi sempre più, aveva corroso dall’interno l’ideologia marxista. Per papa Francesco è inutile “alzare muri come se fosse questa la difesa, quando la difesa è il dialogo, la crescita, l'accoglienza e l'educazione, l'integrazione”. Con questo Jorge Mario Bergoglio non si riferisce solo “al limite del Messico”, ma parla di “tutte le barriere che esistono, come quella che c'è a Ceuta e a Melilla: è terribile, con il filo spinato, è crudele”.  E “separare i bambini dai genitori va contro il diritto naturale, non si può fare, si cade nella crudeltà più grande. Per difendere che cosa? Il territorio, o l'economia del paese”. E “chi costruisce muri finisce prigioniero dei muri che costruisce, invece chi costruisce ponti fraternizza, dà la mano anche se resta dall'altro lato”, e comunque “c'è dialogo e si può difendere perfettamente il territorio con un ponte, non necessariamente con un muro. Parlo di ponti politici, di ponti culturali. Certo non costruiremo un ponte in tutte le frontiere. È impossibile”.

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