La cultura come antidoto alla corruzione

Foto di Tingey Injury Law Firm su Unsplash

Come delineato fin dagli anni Ottanta dal giudice agrigentino Rosario Livatino – che nella sua breve ma significativa esistenza aveva compreso la gravità della corruzione – il sistema della corruzione si fonda sull’intreccio tra mafia e affari. Una visione della mafia in regime di corruzione ampiamente in anticipo sui tempi, certamente molto avanzata rispetto al momento storico in cui Livatino, esercitava, con coraggio, il suo ruolo di giudice. Un eroe “giusto”, come lo definì il compianto Papa Francesco, un magistrato per il quale rendere giustizia è qualcosa di più: è vocazione (Cfr. il libro “Un giudice come Dio comanda”) e che aveva compreso quanto la corruzione fosse una faccia della mafia.

Gli intrecci nebulosi tra corruzione, tangenti e criminalità mafiosa, sferzano profonde ferite alla democrazia, inquinano l’economia, l’ambiente, rubano il futuro e generano povertà. Come più volte evidenziato dal Presidente Mattarella la corruzione è un furto di democrazia che crea sfiducia, inquina le istituzioni, altera ogni principio di equità.

Invero, il fenomeno corruttivo – oltre ad essere un reato contro la pubblica amministrazione, un delitto di calcolo dove corrotto e corruttore quantificano costi e benefici della loro azione – è soprattutto un male endemico, un problema culturale che penalizza il sistema economico, allontana gli investitori e impedisce la valorizzazione dei talenti.

“La corruzione assume quasi i contorni di una colpa nei riguardi della società che si danneggia e agire in difetto di onestà non si è più furbi, ma semplicemente più colpevoli” come magistralmente mette in luce la Professoressa Paola Severino, alla quale è ascrivibile, tra l’altro, l’attuale sistema nazionale di strategia di contrasto alla corruzione. Sistema che ha preso avvio, nel 2012, con legge n.190 (e con i successivi decreti legislativi, adottati sulla base di deleghe in essa contenute) e si fonda non più solo sulla repressione penale ma, soprattutto, su un diverso approccio di natura preventiva.

Le cronache giudiziarie evidenziano il pericolo della normalizzazione del malaffare, della corruzione che si mimetizza nelle relazioni quotidiane, al punto di percepire come corrette condotte che invece violano la legge. Pratiche corruttive divenute talmente radicate da apparire normali, dove la linea tra lecito e illecito rischia di scomparire nell’abitudine del: “E’ normale… lo fanno tutti”, come il titolo di un libro che racconta “Storie dal vivo di affaristi, corrotti e corruttori”.

Il vero problema è quindi culturale, trattandosi ormai di un fenomeno sistemico e pervasivo, legato a un modo di essere e di pensare della persona. Occorre, quindi, un’azione educativa capillare per diffondere una cultura diffusa della legalità; una “svolta culturale” che metta fine alla “normalizzazione” della corruzione e alla diffusa assuefazione nei confronti del fenomeno corruttivo. Solo cambiando la cultura di un popolo è possibile creare sistemi impermeabili all’illecito e al malaffare.

Nel contrasto alla corruzione e alla illegalità non è sufficiente, richiamando l’etica kantiana, l’imperativo eteronomo che deriva da leggi, regolamenti e disposizioni più o meno cogenti. Ruolo cardine riveste, invece, l’imperativo autonomo che deriva dalla nostra coscienza, dalla legge morale che è dentro di noi. Si potranno ottenere miglioramenti visibili ed importanti nel contrasto alla corruzione orientando l’agire della collettività in primis alle regole morali che sono dentro di noi, oltre che al rispetto delle disposizioni eteronome forgiate dal legislatore.

E’ necessaria una forte etica comune volta all’integrità e alla trasparenza. E’ indispensabile la costruzione di una nuova coscienza civile, un modo nuovo di essere cittadini, che comprenda la cura e la responsabilità per gli altri e per il bene comune.

Ed è sui banchi di scuola, a partire dall’infanzia, che deve iniziare il consolidamento di una coscienza pubblica che ripudia ogni forma di corruttela, per preservare il senso innato di giustizia con cui ogni bambino nasce. La scuola è lo strumento più efficace e prezioso di cui la Repubblica dispone per educare le giovani generazioni al rispetto dei principi civici e all’etica comune e per creare e diffondere tra gli studenti, fin da piccoli, la cultura di prevenzione della corruzione e di integrità. Maria Montessori, la grande educatrice italiana famosa nel mondo, scriveva: “La società umana non può cambiare senza che gli adulti e i bambini collaborino”.

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