La combinazione prodigiosa che fece l’Italia unita

Bandiera italiana. Foto © Jèshoots da Pexels.

Il 17 marzo del 1861 il Senato e la Camera dei deputati del regno di Sardegna approvavano e promulgavano la legge 4671 con un unico articolo nel quale si legge: “Il re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia”. È questa la proclamazione ufficiale della nascita del Regno d’Italia, il nuovo Stato unitario italiano che si forma in un biennio, dalla primavera del 1859 a quella del 1861, a partire dalla vittoria militare dell’esercito sardo-piemontese nella Seconda guerra d’indipendenza contro l’Impero d’Austria e dallo sfaldarsi del Regno delle due Sicilie, per la spedizione garibaldina prima in Sicilia e poi nella Penisola, fino alla capitale Napoli. Mancano ancora le regioni del Nord-Est che saranno congiunte a seguito della Terza guerra d’indipendenza, il Veneto, il Trentino e la Venezia Giulia, a seguito della sconfitta-dissoluzione dell’Impero austroungarico nella Prima guerra mondiale, non a caso, da alcuni storici considerata Quarta guerra d’indipendenza.

Con la legge n. 222, del novembre 2012, la data del 17 marzo è stata istituita come “Giornata nazionale dell’Unità, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”. Scopo dichiarato, come recita l’art. 1, è “ricordare e promuovere, nell’ambito di una didattica diffusa, i valori della cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l’identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica”. “Giornata dell’Unità e della Costituzione”, perché l’Italia repubblicana, nata dalla Resistenza-Secondo Risorgimento, ha recuperato l’unità, l’indipendenza e la dignità nazionale persa con l’occupazione tedesca e il regime collaborazionista di Salò.

Tra il 1859 e il 1860 non si ebbe un vero scontro tra le combattive élites liberali e le vecchie classi dirigenti degli Stati preunitari che, soprattutto nel 1848-49, avevano temuto in particolare il prevalere delle ipotesi repubblicane di Giuseppe Mazzini e di quelle federaliste di Carlo Cattaneo, che saranno, invece, riscoperte e valorizzate dai padri e dalle madri costituenti nel 1946-47.

Qualche tardiva opposizione si ebbe, invece, nello Stato borbonico, dopo la perdita della Sicilia e l’ingresso di Garibaldi a Napoli. Non solo e non tanto con la difesa della piazzaforte di Gaeta, quanto con la resistenza diffusa contro l’annessione, in cui si ritrovano ritorsioni borboniche e malesseri sociali, che le nuove autorità statali repressero violentemente, con estremo rigore, con la giustificazione della lotta al brigantaggio.

Già durante l’impresa dei Mille in Sicilia, d’altronde, un segnale premonitore si era avuto a Bronte, sulle pendici dell’Etna, quando una piccola rivolta contadina era stata repressa nel sangue dal luogotenente di Garibaldi, Nino Bixio, come ha raccontato Giovanni Verga nella nota novella “Libertà” e rappresentato magistralmente Florestano Vancini nel film del 1971, “Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”. Comunque sia la formazione nell’intera penisola di uno Stato unitario con oltre 22 milioni di abitanti, grazie anche alla favorevole posizione geografica, permette di inserirsi nel contrasto tra Francia e Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo.

Il “miracolo” dell’unificazione italiana s’inserisce nel fondamentale processo storico europeo dell’Ottocento: l’affermarsi dello Stato-Nazione, che dopo il Congresso di Vienna del 1815, la Santa Alleanza e, in particolare, due dei suoi più convinti e attivi membri, l’Impero degli Asburgo e l’Impero dei Romanov, multinazionali e multireligiosi, tentarono inutilmente di stroncare sul nascere. I nuovi Stati-nazione si formano in Europa, i più, per separazione violenta e conflittuale, dall’Impero ottomano e da quello austroungarico o in forma pacifica e consensuale, come nel caso del Belgio che si separa dal Regno dei Paesi Bassi e della Norvegia dalla Svezia.

Tre Stati si formano, invece, per aggregazione di più realtà statuali preesistenti: in ordine cronologico, l’Italia, la Germania e la Iugoslavia. Tutti e tre hanno in comune, nel difficile processo di unificazione, il ruolo di stimolo e direzione svolto da uno Stato: in Italia il Regno di Sardegna, in Germania, il regno di Prussia e in Iugoslavia, il Regno di Serbia. Valutando comparativamente i tre casi, si constata, contro diffusi luoghi comuni, che l’unificazione più riuscita è proprio quella italiana: la Germania dopo la Seconda guerra mondiale ha dovuto cedere ampi territori ai confini orientali e ha perso anche l’unità nazionale per oltre quattro decenni, mentre la Iugoslavia si è addirittura sanguinosamente dissolta.

Quale una possibile spiegazione? Sono illuminanti le riflessioni proposte dal presidente Giorgio Napolitano, in un discorso tenuto a Genova il 3 maggio 2010, per rievocare la partenza di Garibaldi da Quarto, nell’occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia: “L’unità d’Italia fu perseguita e conseguita attraverso la confluenza di diverse visioni, strategie e tattiche, la combinazione di trame diplomatiche, iniziative politiche e azioni militari, l’intreccio di componenti moderate e componenti democratiche rivoluzionarie, Fu davvero una combinazione prodigiosa, che risultò vincente perché più forte delle tensioni anche aspre che l’attraversarono”.

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