La bagarre dei dazi

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In questa fase storica contrassegnata dal crescente multipolarismo, i giochi della politica internazionale vengono scanditi sempre più insistentemente da misure restrittive in materia economica, dazi e sanzioni commerciali. In un sistema regolato dal mercato e dagli affari, i protagonisti del nuovo ordine multipolare sono ben consci dei rischi e dell’irripetibilità dei conflitti armati che hanno caratterizzato tragicamente il secolo scorso.

I recenti proclami delle superpotenze in materia militare (pensiamo ai nuovi sistemi balistici presentati dalla Russia, all’attività a dir poco frenetica delle forze Nato nell’Europa Orientale e – non ultimo – gli investimenti cinesi per il miglioramento del proprio controllo sui mari) non fanno altro che alimentare le preoccupazioni dell’opinione pubblica su possibili ed infausti scenari futuri di instabilità e conflitti su vasta scala, attuabili anche grazie alle recenti e sempre più sofisticate ricerche sulla possibilità di sganciare ordigni nucleari di taglia inferiore e dagli effetti molto più contenuti in termini di danni rispetto a quanto visto ad Hiroshima e Nagasaki. In altre parole, stiamo entrando in una fase nuova riguardo al concetto di “deterrenza”.

Un’analisi più attenta della realtà, però, ci mette di fronte ad uno scenario, per certi versi, più rassicurante: in questa fase geopolitica di transizione (nella quale molti analisti hanno riconosciuto il ruolo sempre più decisivo giocato da Russia e Cina a livello globale), i protagonisti principali stanno tentando di contenersi a vicenda sempre più spesso attraverso “guerre” a bassa intensità fatte di restrizioni commerciali e di contenimento dei reciproci volumi d’affari.

Quella tra Washington, Bruxelles, Mosca e Pechino è una partita a quattro che dà poco adito a punti di riferimento e a schemi precostituiti derivanti da vecchie logiche del mondo bipolare (tra i più ingannevoli vi è quello che recita “Usa-Ue vs Russia-Cina). A riprova di ciò, la progressiva frizione nei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, sempre più divaricati su diverse questioni non solo politiche, ma anche economiche, sotto la presidenza di Donald Trump. Gli ultimi segnali di pace manifestati durante il recente incontro con Jean Claude Juncker hanno contribuito a rasserenare gli animi ormai rabbuiati dagli eventi dei mesi precedenti, nei quali il presidente americano sembrava seriamente intenzionato a dichiarare una guerra commerciale all’Europa intera tramite una serie di dazi sul settore automobilistico. Rimane ancora intatto, però, l’effetto di quelli applicati all’acciaio e all’alluminio, ritenuti da Trump materiali che, se importati a dismisura, potrebbero mettere in seria difficoltà l’apparato bellico americano. Paradossalmente, le potenziali “vittime” di questo nuovo corso sarebbero, in primis, diversi alleati Nato (considerando che i principali esportatori di accaio negli Usa sono, ad oggi, Canada, Ue, Corea del Sud e Messico) anche volendo escludere il trattamento di favore di cui gioverebbero (anche solo teoricamente) i due Paesi nordamericani nel caso in cui dovessero cedere sull’accordo Nafta.

Mentre i dazi imposti contro l’industria pesante europea e canadese rispondono a delle esigenze strategiche relative alla necessità di rilanciare su vasta scala la siderurgia statunitense  (in piena difesa dell’interesse nazionale USA), quelli varati contro la Cina sembrano avere un movente molto più “aggressivo”: il governo americano ha appena varato l’imposizione (valida dal giorno 23 del mese corrente) dell’aliquota del 25% su 818 articoli Made in China, per un valore complessivo di 34 miliardi di dollari. Sarebbero già stati stanziati, inoltre, circa 700 miliardi di dollari per contrastare il “furto di tecnologie” costantemente operato, a detta della Casa Bianca, dai cinesi a danno delle aziende americane. La analoga risposta di Pechino non si è fatta attendere ed ha puntato dritto minacciando di colpire un simbolo a stelle e strisce universalmente riconosciuto: la Apple di Tim Cook, la quale negli ultimi tre mesi avrebbe generato solo in Cina, Taiwan ed Hong Kong un +19% rispetto al ricavo annuo (ammontante a circa 9,5 miliardi di dollari). La Cina ha lasciato intendere di attendersi una redistribuzione più equa in termini di salario ai dipendenti cinesi da parte del colosso statunitense, considerati i vantaggi carpiti dal basso costo del lavoro nel mercato asiatico. Pechino ha, inoltre, disposto la stessa aliquota imposta da Trump a partire sempre dal 23 agosto per quanto concerne i prodotti americani più importati nel Celeste Impero, come automobili e petrolio. Mentre la risposta cinese, secondo gli operatori del settore, dovrebbe influire sul Pil statunitense in termini di valori non superiori allo 0,2% (con una crescita complessiva prevista al 3% per il 2018), il vero rischio che gli USA corrono è quello di vedere sanzionati tutti i suoi principali marchi che assemblano i propri prodotti in Cina.

Le restrizioni commerciali tendono, da come si può evincere, a colpire gruppi di potere capaci di poter influenzare corposamente le decisioni politiche: le sanzioni alla Russia (al momento poco fruttuose sotto questo punto di vista) imposte dagli Usa e condivise dall’Europa sono state studiate in maniera tale da colpire gli interessi economici degli oligarchi più inseriti nei gangli del mercato occidentale, nel tentativo di indebolire il consenso dell’establishment russo riunito intorno alle decisioni strategiche di Putin. Nei mesi scorsi diverse fonti hanno approfondito la questione delle sanzioni legate al magnate dell’alluminio Oleg Deripaska, proprietario della holding En+ che comprende la Rusal, seconda produttrice mondiale di alluminio al mondo che può vantare prestigiosi clienti come Volkswagen, Rio Tinto e Toyota. Washington ha disposto l’isolamento della compagnia russa impedendole, dunque, di riscuotere i pagamenti in dollari e regolare le pendenze ancora a suo carico. Deripaska è una figura vicina a Paul Manafort, responsabile della campagna elettorale di Trump e coinvolto nell’affare Russiagate. Punire contemporaneamente la Russia e dare un ulteriore occasione di rilancio all’alluminio Made in Usa (tagliando le importazioni targate Rusal): un’occasione troppo ghiotta per non essere colta, anche a rischio di far schizzare i prezzi dell’alluminio alle stelle (come rilevato dagli indicatori del London Metal Exchange) e di causare danno a qualche marchio prestigioso.

Seguendo il medesimo schema, Mosca sta rispondendo tentando di colpire gli interessi degli alleati degli Usa, europei in primis. Mentre Bruxelles ha ben pensato di non inserire nelle sanzioni alla Russia le materie prime (essendone essenzialmente dipendente –come dimostra la questione North Stream 2-), il Cremlino ha tagliato le importazioni nel settore agroalimentare, colpendo principalmente i produttori e le PMI dei Paesi esportatori di eccellenze come Italia e Francia. In questo complicato rompicapo, l’Europa sembra divenire, in mancanza di una chiara politica comune, un succulento “campo di battaglia”.

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