Italia-Cina non è solo una questione di Coronavirus

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Vi ricordate la coppia di cinesi, lui ingegnere biochimico e lei umanista di 66 e 65 anni, ricoverata all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma? Erano in vacanza nella capitale e si sono ritrovati ad essere i primi casi in assoluto di Coronavirus. Ricoverati per 49 giorni (e un mese di riabilitazione al San Filippo Neri). Giorni che – dissero dopo essere stati dimessi – “salvarono le loro vite”.

Sembra trascorso un secolo ed invece era solo qualche mese fa, era l’inizio di tutto, quando ancora nessuno di noi poteva immaginare quel che sarebbe successo, pandemia e lockdown compresi.

Ora che sono tornati a Wuhan, città epicentro della pandemia, non hanno dimenticato chi li ha curati senza sosta, facendo in modo che potessero tornare a casa e così è arrivata una donazione di 40 mila euro all’Istituto Spallanzani. Il 20 aprile scorso, giorno delle dimissioni, la coppia aveva già ringraziato tutti con una lettera nella quale scrivevano: “Grazie Italia, ci avete salvato”, ma per loro non è stato abbastanza e così una volta tornati in Cina hanno voluto sostenere l’ospedale che li ha guariti.

Un proverbio orientale recita: “Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita” e questo vale oggi più che mai per la coppia cinese che si è trovata a vivere l’emergenza Covid-19 così lontana da casa. Una lontananza che però ha fatto scoprire loro anche gli aspetti più belli del nostro Paese: professionalità e impegno verso il prossimo.

Una storia di solidarietà e memoria per superare le divisioni che una crisi mondiale come questa può potenzialmente provocare, ma che sta a tutti noi, semplici cittadini e governanti internazionali, evitare. Una esperienza così forte e drammatica può (e deve) far ritrovare unità.

La donazione della coppia di cinesi guarita dal Coronavirus ci insegna che si riesce ad essere più facilmente solidale quando si attraversa un’esperienza di dolore, circondati dall’amore, con l’impegno a non dimenticare quanto accaduto: nasce naturalmente il sentimento della gratitudine e della fratellanza quasi a voler dire: grazie e vorrei che quel che ho passato non accadesse a nessun altro, per questo il gesto della donazione. 

Ecco tutto questo vale per la pandemia e non solo. Rientrano tutti i piccoli grandi gesti quotidiani. Vale per un compagno di classe in difficoltà ed anche per l’economia di un Paese. Vale per chi ha subito bullismo o chi ha vissuto la seconda guerra mondiale. Situazioni estremamente diverse, che tuttavia hanno un nesso: la predisposizione d’animo con cui si affrontano.

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