Italia 2026: Crescita lenta, ma il castello resiste – Previsioni e paradossi

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

«Molto bello parlare di libertà qui con voi in Italia, perché non appena libererete la vostra economia dalla burocrazia e dai sussidi nessuno saprà competere in Europa con il vostro talento» (M. Thatcher).

Come si evolverà il 2026 è un quesito importante e particolarmente insidioso a livello economico, ed è uno dei punti principali di contrasto a livello politico tra maggioranza e opposizione. Ci sono però dei punti salienti che possono aiutarci a tracciare un’analisi il più possibile verosimile.

Innanzitutto va detto che questo periodo resta a livello finanziario decisamente complicato per via dell’esposizione dello Stato italiano. Il bilancio è stato appesantito dall’ammortamento del costo dei bonus edilizi, lasciati in eredità dal Governo Conte, e che, come già indicato lo scorso anno dall’UPB, hanno avuto un effetto moltiplicatore sull’economia molto inferiore a quanto maldestramente sbandierato dagli ideatori, addirittura inferiore a uno, generando quindi ingenti passività a livello erariale senza dare un vero contributo strutturale alla crescita del Paese.

In questo contesto si è mosso prima il Governo Draghi, che ha dovuto stabilizzare la situazione “a cantieri aperti”, e poi il Governo Meloni, che ha dovuto approntare un piano di ammortamento per il debito ulteriore creato, una mole ben superiore alle tre manovre finanziarie passate indicate come “lacrime e sangue” (Amato 1992 da 48 miliardi di euro equivalenti, Berlusconi 2011 da 45 miliardi di euro e Monti 2011 da ulteriori 30 miliardi di euro).

In pratica un osservatore al bar avrebbe potuto dire che “non c’è trippa per gatti” e in effetti tutta l’azione economica degli ultimi tre anni a livello di Stato si è orientata a una grande prudenza, pur volendo impostare un’azione riformistica che con il tempo dovrebbe portare a una completa rivoluzione dell’impianto economico italiano.

Finora però nessuno ha voluto realmente affrontare i grandi problemi strutturali che zavorrano la vera ripresa del Paese: il costo dell’energia (soprattutto per la componente fiscale), la burocrazia ottusa quasi al livello dello sketch del Lasciapassare A38 ideato da René Goscinny e Albert Uderzo, e il nanismo industriale per cui servirebbe una vera e propria rivoluzione nella politica industriale per spingere aggregazioni e crescita dimensionale. Il problema è che questi nodi sono intrinsecamente legati a grossi bacini elettorali, trasversali oltretutto, motivo per cui difficilmente saranno affrontati se non di fronte a una crisi completa del modello Italia.

Da queste premesse, aiutandosi con i dati disponibili tra ISTAT, FMI, OCSE e WTO (e con un po’ di Excel e una certa abilità nel compilare prompt su una delle AI più performanti), è possibile provare a tracciare una previsione per il 2026 ipotizzando due scenari: uno “ordinario”, senza alcun grande scossone geopolitico o apocalittico, e uno “di crisi mondiale”, ipotizzando uno shock globale (es. escalation di tariffe USA, recessione in USA/Cina o disruption energetiche) con impatto simile a crisi passate.

Nel primo caso si vedrà probabilmente una crescita molto contenuta, ma un po’ più rassicurante, intorno allo 0,8% annuo (media aggiornata tra le previsioni di ISTAT, FMI, OCSE e Banca d’Italia/Commissione Europea), compensata da un tasso di inflazione “fisiologico” intorno al 1,5-1,7% che si presume stabile sia per il livello “neutro” dei tassi di interesse della BCE, sia perché la Legge di Bilancio è stata strutturata per non generare alcuna pressione inflattiva pur cercando di mantenere un afflato espansivo. Come si vede, la crescita resta il primo vero obiettivo che si vuol rincorrere, sia pur con fin troppa prudenza.

I dati positivi arrivano invece dalla disoccupazione, in continuo calo con una crescita consistente anche del tasso di occupazione (ipotizzata intorno al +1,3% anche per il prossimo anno), supportata dagli investimenti e dal bonus imprese, e dall’export, vero e proprio “fiore all’occhiello” del Paese, che crescerà nel 2026 di un 1,5-2,5% nonostante il freno dato dalle politiche protezionistiche USA.

Anche la previsione sulla domanda interna è incoraggiante, con una forbice positiva tra lo 0,8 e l’1% di crescita dei consumi. Tutto questo permette di aggiungere un piccolo boost alla crescita che resta sì positiva e attiva ma a un livello fin troppo contenuto, soprattutto per la gestione dell’alto debito e della bassa produttività generale che sconta i tre problemi strutturali già indicati. Questi diventano anche un macigno relativamente alla crescita dei salari: meno del 10% delle imprese italiane, stando ai dati WTO, potrebbe sopportare un rialzo “a livello europeo” di questi ultimi senza perdere competitività o rischiare di chiudere.

La vera sorpresa arriva dal risultato di previsione del modello in caso di scenario di crisi mondiale.

In questa situazione la struttura quasi a fortezza (potremmo dire anche ingessata) del sistema economico italiano riuscirebbe a fornire una protezione molto efficace agli eventi. Intendo con questo che il nostro apparato produttivo, fatto di migliaia di piccole e piccolissime imprese spesso familiari, molto radicate sul territorio e poco esposte ai grandi mercati globali, si comporta un po’ come un vecchio castello medievale: rigido, poco agile, difficile da espandere o modernizzare in tempi brevi, ma proprio per questo incredibilmente resistente quando arrivano le cannonate esterne. Certo, è un’ipotesi forte e non tutti gli economisti la condividono appieno – molti vedono proprio la frammentazione come una vulnerabilità in tempi di shock globali – ma i modelli di stress test sembrano dare ragione a questa lettura “difensiva” del nostro sistema. Una difesa preziosa nei momenti bui, ma che si trasforma in zavorra pesantissima quando invece bisognerebbe correre per raggiungere la crescita economica e un maggior benessere diffuso.

Lo stress test, infatti, mostra che il PIL si contrarrebbe con la probabilità più alta di un 1%, percentuale assolutamente sopportabile senza grossi contraccolpi, con un’inflazione in crescita al 2,5% spinta dalla disruption della supply chain e mitigata proprio dalle previsioni della manovra di bilancio 2026, e la disoccupazione in crescita di 1-2 punti percentuali.

Solo in questo caso, infatti, la grande debolezza dell’industria italiana, la frammentazione e il nanismo che impediscono alla maggioranza delle imprese l’accesso a mercati al di fuori di quello domestico e la creazione di un vero valore aggiunto alla loro attività, farebbe da scudo aumentando la resistenza del sistema paese.

In definitiva quindi, se non ci fossero delle variabili impreviste come una modificazione del mercato dell’energia o nuove applicazioni dirompenti a livello di AI, ci si potrà aspettare un 2026 in linea con il 2025 appena trascorso, con una credibile accelerazione sui progetti programmatici da parte del governo in carica in vista dell’appuntamento elettorale del 2027 e con una possibilità di incidere in maniera efficace nella trasformazione del modello di sviluppo italiano. Sia per i vincoli di bilancio indicati prima, sia perché la mediazione politica necessaria per sciogliere i nodi strutturali elettoralmente sensibili necessita di tempo, molto più di quanto previsto in una legislatura.

Probabilmente per vedere la previsione di Margaret Thatcher citata in incipit ci vorrà ancora tempo, molto tempo, però sotto sotto qualche seme buono è già stato piantato.

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