I social network sono diventati uno dei principali luoghi nei quali i giovani costruiscono relazioni, cercano informazioni, esprimono opinioni e definiscono una parte della propria identità. Proprio per questo non possono essere considerati semplici strumenti di intrattenimento. Il modo in cui sono progettati incide sul benessere, sulla privacy, sulla sicurezza e sulla possibilità di partecipare alla vita sociale.
Il 29 giugno 2026 la Commissione europea ha annunciato un nuovo progetto pilota da 1,48 milioni di euro per creare e sperimentare piattaforme social più sicure e inclusive, pensate in particolare per un pubblico giovane. La novità più significativa è il coinvolgimento diretto di ragazzi provenienti da Paesi e contesti differenti, comprese persone con disabilità e giovani neurodivergenti. Non saranno chiamati soltanto a utilizzare i servizi una volta completati, ma dovranno partecipare alla loro ideazione e al loro sviluppo. È un cambio di prospettiva importante, perché troppo spesso le tecnologie vengono progettate immaginando un utente medio che, nella realtà, non esiste. Le persone hanno modi diversi di leggere, comunicare, comprendere le informazioni, gestire gli stimoli e interagire con uno schermo.
Una piattaforma ricca di animazioni, notifiche continue, video automatici e messaggi lampeggianti può sembrare moderna, ma risultare difficile o persino insostenibile per una persona autistica, con disturbo dell’attenzione, epilessia fotosensibile o altre condizioni neurologiche. Un’interfaccia che funziona soltanto attraverso gesti rapidi può escludere chi ha una disabilità motoria. Immagini prive di descrizione, video senza sottotitoli e pulsanti non riconoscibili dai lettori di schermo possono invece impedire la partecipazione delle persone cieche o sorde.
L’inclusione digitale non consiste quindi nell’aggiungere una funzione speciale alla fine del progetto, ma nel costruire fin dall’inizio un ambiente flessibile, comprensibile e utilizzabile da persone differenti. Il progetto europeo pone al centro quattro aspetti: sicurezza degli utenti, salute mentale, tutela della privacy e semplicità d’uso. Sono questioni strettamente collegate. Molte piattaforme sono progettate per trattenere le persone il più a lungo possibile, attraverso notifiche, contenuti consigliati e meccanismi che premiano l’interazione continua. Per un adolescente questo può tradursi in pressione sociale, confronto costante con gli altri e difficoltà a interrompere la navigazione. Per alcuni giovani con disabilità o neurodivergenze, che possono trascorrere online una parte importante della propria vita relazionale, gli effetti possono essere ancora più intensi.
I social rappresentano spesso uno spazio prezioso per superare l’isolamento, trovare comunità con esperienze simili e comunicare senza alcune delle barriere presenti negli ambienti fisici. Allo stesso tempo, però, possono esporre maggiormente a cyberbullismo, linguaggio d’odio, manipolazione e diffusione non autorizzata di dati personali. La risposta non può essere allontanare le persone più fragili dalla rete, ma rendere gli ambienti digitali più sicuri e offrire strumenti di controllo realmente comprensibili.
Il progetto finanziato dalla Commissione dovrà portare alla realizzazione di almeno un servizio basato su protocolli aperti, costruito intorno alle esigenze dei giovani e coerente con valori europei come autonomia, benessere e protezione della privacy. L’idea è favorire un ecosistema nel quale gli utenti possano scegliere meglio dove vengono conservati i propri dati, come vengono moderati i contenuti e quali applicazioni utilizzare per entrare in contatto con gli altri. Oggi, invece, chi abbandona una piattaforma rischia di perdere relazioni, contenuti e possibilità di comunicazione. Questa dipendenza rafforza il potere delle grandi aziende tecnologiche e riduce la libertà delle persone.
Sistemi maggiormente interoperabili potrebbero permettere di cambiare applicazione senza essere esclusi dalle proprie comunità digitali. Anche la moderazione dei contenuti deve essere ripensata. Gli strumenti automatici possono aiutare a individuare minacce, molestie e messaggi discriminatori, ma possono commettere errori. Una forma di comunicazione atipica, un linguaggio molto diretto o una difficoltà nell’uso delle convenzioni sociali potrebbero essere interpretati in modo sbagliato da un algoritmo. Allo stesso tempo, le persone con disabilità vengono spesso colpite da insulti e contenuti offensivi che i sistemi non riconoscono con sufficiente rapidità.
È quindi necessario combinare tecnologia, supervisione umana e procedure di segnalazione accessibili. Segnalare un abuso non dovrebbe richiedere una sequenza di menu complessi, né lasciare la persona senza spiegazioni sull’esito della richiesta. Il coinvolgimento dei giovani può aiutare a individuare soluzioni più realistiche. Chi utilizza quotidianamente i social conosce meccanismi, rischi e linguaggi che possono sfuggire agli adulti o alle istituzioni. Ma la partecipazione deve essere autentica: non basta organizzare una consultazione simbolica dopo che le decisioni principali sono già state prese. I giovani con disabilità e neurodivergenze devono poter incidere sulle scelte relative all’interfaccia, alle notifiche, alla moderazione, ai tempi di utilizzo e alla gestione dei dati. Devono inoltre ricevere strumenti accessibili per esprimere le proprie opinioni, perché anche un processo di partecipazione può diventare escludente se organizzato attraverso piattaforme non utilizzabili.
La call europea sarà aperta dal 30 luglio al 6 ottobre 2026 e si rivolgerà a soggetti con esperienza nel coinvolgimento giovanile, nello sviluppo di software e nella crescita di imprese o organizzazioni non profit. L’iniziativa non risolverà da sola i problemi dei social network, ma introduce un principio importante: la sicurezza e l’inclusione non devono essere considerate ostacoli all’innovazione. Al contrario, possono diventare il punto di partenza per creare servizi migliori per tutti. Un social più chiaro, meno aggressivo, più rispettoso della privacy e personalizzabile nelle modalità di utilizzo può aiutare non soltanto chi possiede una disabilità riconosciuta, ma ogni persona che desidera comunicare senza essere continuamente spinta, osservata o manipolata.
Il futuro delle piattaforme digitali non dovrebbe dipendere soltanto dalla loro capacità di aumentare il numero delle interazioni. Dovrebbe essere valutato anche dalla qualità delle relazioni che favoriscono, dalla libertà lasciata agli utenti e dalla capacità di accogliere la diversità. Coinvolgere i giovani più esposti alle barriere non significa progettare un social per una minoranza. Significa scoprire esigenze che il modello dominante ha ignorato e costruire spazi digitali più umani, nei quali nessuno debba scegliere tra partecipare e proteggere il proprio benessere.

