L’imprenditore secondo il Papa: un leader al servizio di tutti

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In un mondo in cui i modelli di sviluppo economico e le forme di autorità che governano le organizzazioni sono investite dalle conseguenze della pandemia e dalle ripetute crisi (2001 crisi del terrorismo, 2007 crisi finanziaria, 2011 crisi del debito, 2020 crisi sanitaria), la business community da tempo si interroga sulla propria funzione e le proprie responsabilità. Un contributo determinante a questo continuo ripensamento, oltre che dalle diverse scuole economiche e di management, viene dalla Dottrina sociale della Chiesa, intesa come l’elaborazione delle questioni terrene più attuali, svolta dalla Chiesa attraverso i pronunciamenti dei romani pontefici alla luce delle proprie fonti spirituali: la Scrittura, la Tradizione e il Magistero.

Il Verbo facendosi carne è entrato nella vita e nella storia degli uomini e a loro parla in ogni circostanza dell’esistenza. Per questo la Dottrina sociale della Chiesa, secondo l’insegnamento di Pio IX consente di osservare, giudicare e agire nella realtà da cristiani. La Chiesa non insegna soluzioni specifiche ma principi e criteri di orientamento sempre validi, che devono trovare concreta attuazione nella libertà, attraverso la responsabilità personale di ciascuno.

Per queste ragioni ha suscitato interesse fra i business leaders il discorso tenuto lo scorso venerdì 7 gennaio dal Santo Padre, durante l’udienza concessa ad un gruppo di imprenditori e dirigenti d’azienda francesi pellegrini a Roma. La riflessione del Pontefice si è articolata su due aspetti importanti: il rapporto tra l’ideale e il reale e quello fra l’autorità e il servizio.

Francesco ha parlato di “urto, quello choc, di cui ogni cristiano fa spesso esperienza, tra l’ideale che sogna e il reale che incontra […] ci auguriamo che tutto vada bene e poi arriva, come un fulmine a ciel sereno, un problema inaspettato. E si crea un urto doloroso tra le attese e la realtà […]. La ricerca del bene comune è per voi un motivo di preoccupazione, un ideale, nel quadro delle vostre responsabilità professionali […] un elemento determinante del vostro discernimento e delle vostre scelte di dirigenti, ma deve fare i conti con gli obblighi imposti dai sistemi economici e finanziari attualmente in atto, che spesso si prendono gioco dei principi evangelici della giustizia sociale e della carità. E immagino che, a volte, il vostro incarico vi pesi, che la vostra coscienza entri in conflitto quando l’ideale di giustizia e di bene comune che voi immaginereste di raggiungere non ha potuto realizzarsi, e che la dura realtà si presenti a voi come una mancanza, uno scacco, un rimorso, uno choc”.

Si tratta di una condizione comune a tutti gli imprenditori e a chi detiene responsabilità importanti coltivando al contempo ideali alti e nobili, che si fa fatica a ‘mettere a terra’. Secondo il Papa “è importante che voi possiate superare questo e viverlo nella fede, per poter perseverare e non scoraggiarvi. Davanti allo ‘scandalo della mangiatoia’ Maria non si è scoraggiata, non si è ribellata, ma ha reagito custodendo e meditando nel suo cuore, dimostrando una fede adulta, che si fortifica nella prova. Custodire è accogliere, malgrado l’oscurità e nell’umiltà, le cose difficili da accettare che non abbiamo voluto, che non abbiamo potuto impedire; non cercare di camuffare o ‘truccare’ la vita, di sfuggire alle proprie responsabilità.”

Più volte la Chiesa e anche lo stesso Papa Francesco, hanno messo in guardia dal Socialwashing (letteralmente: lavaggio sociale) ossia l’insieme di pratiche, più autoproclamate che effettive, volte a migliorare la reputazione di un’azienda attraverso iniziative di facciata nel campo della responsabilità sociale e ambientale (da cui la variante di Greenwashing), che spesso sono la copertura di un Bad Management.

Si tratta di un circolo vizioso, come insegnano esperienze anche drammatiche, dove aziende che pubblicavano importanti bilanci sociali sono state capaci di truffare e portare sul lastrico milioni di risparmiatori che vi avevano investito.

Per questo la Chiesa parla innanzitutto al cuore degli uomini, l’approccio suggerito dal Papa è essere “leaders secondo il cuore di Dio” perché “il cristiano, aiutato dalla grazia, può unificare nella propria vita: ideale e realtà, autorità e servizio”. Egli, meditando e pregando, può “unificare le cose belle e quelle brutte di cui è fatta la vita, coglierne meglio l’intreccio e il senso nella prospettiva di Dio”.

Il secondo binomio, da sempre oggetto di tensione, che il Papa propone agli imprenditori e ai dirigenti d’azienda francesi è appunto quello che riguarda il rapporto fra autorità e servizio: “la missione del dirigente cristiano assomiglia, per molti aspetti, a quella del pastore, di cui Gesù è il modello, e che sa andare davanti al gregge per indicare la via, sa stare in mezzo per vedere quello che vi accade, e sa anche stare dietro, per assicurarsi che nessuno perda contatto […] Pertanto vi incoraggio a essere vicini a coloro che collaborano con voi a tutti i livelli: a interessarvi alla loro vita, a rendervi conto delle loro difficoltà, delle sofferenze, delle inquietudini, ma anche delle loro gioie, dei progetti, delle speranze.”

L’azienda, prima che un insieme di beni, è una comunità di persone, ciascuna portatrice dell’originaria impronta divina. Se il profitto ne è l’indicatore del buon andamento e dello stato di salute, non è esso che l’imprenditore e i suoi collaboratori hanno come fine: ma innanzitutto anche essi, nella messa a frutto dei talenti, sono chiamati a incontrare Cristo e progredire nella santità, praticando la virtù e realizzando il bene fra mille cadute. L’imprenditore ed il dirigente d’azienda sono i capitani di una comunità di persone, da guidare, far crescere, responsabilizzare.

Robert K. Greenleaf parlava già negli anni ’70 di Servant leadership, la vocazione di un leader al servizio dei suoi collaboratori e della comunità. La Dottrina sociale della Chiesa, anche intrecciando economia e logica del dono (Caritas in Veritate, 2009) concepisce l’imprenditore, con la sua attività e il suo bagaglio di esperienza e di relazioni, come un soggetto sociale, un custode importante del bene comune.

“Esercitare l’autorità come un servizio richiede di condividerla” ricorda Francesco, “anche qui, Gesù è il nostro maestro, quando manda i discepoli in missione dotandoli della sua stessa autorità. Voi siete invitati a mettere in atto la sussidiarietà con la quale si valorizza l’autonomia e la capacità di iniziativa di tutti, specialmente degli ultimi. Tutte le parti di un corpo sono necessarie e […] quelle parti che potrebbero sembrare più deboli e meno importanti, in realtà sono le più necessarie. Così, il dirigente cristiano è chiamato a considerare con attenzione il posto assegnato a tutte le persone della sua azienda, comprese quelle le cui mansioni potrebbero sembrare di minore importanza, perché ciascuno è importante agli occhi di Dio.”

Il Papa invita a coniugare il management con il principio di sussidiarietà, nella convinzione che i soggetti coinvolti più da vicino nel lavoro operativo siano maggiormente in grado di affrontare alcuni problemi rispetto a chi osserva da lontano. Un pensiero in continuità con la tradizione della Dottrina sociale, la quale arrivò (Quadragesimo Anno, 1931) a incoraggiare forme di partecipazione maggiori dei lavoratori alla vita dell’impresa. Francesco chiama l’imprenditore e il manager a combattere “l’emarginazione delle persone più vulnerabili” avendo a cuore “il servizio di tutti e non solo di interessi privati o di circoli ristretti.”

Un leader al servizio di tutti, un costruttore della sussidiarietà vista come chiave per far emergere il talento di ciascuno, nel segno del bene comune: “anche se l’esercizio dell’autorità richiede di prendere decisioni coraggiose e a volte in prima persona, la sussidiarietà permette a ciascuno di dare il meglio di sé, di sentirsi partecipe, di portare la propria parte di responsabilità e di contribuire così al bene dell’insieme”.

Ma anche un particolare portatore di croce: “mi rendo conto” conclude il Papa, “di quanto il Vangelo possa essere esigente e difficile da attuare in un mondo professionale competitivo e concorrenziale. Tuttavia, vi invito a tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, con la vostra vita di preghiera e l’offerta del lavoro quotidiano. Egli ha fatto l’esperienza sulla croce di amare fino alla fine, di compiere la sua missione fino a dare la vita. Anche voi avete le vostre croci da portare. Ma siate fiduciosi: ci ha promesso di accompagnarci «fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non esitate a invocare lo Spirito Santo perché guidi le vostre scelte. La Chiesa ha bisogno della vostra testimonianza”.

Benedetto Delle Site, Presidente nazionale Movimento Giovani UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti)

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