Ilva, le lacrime di coccodrillo della politica

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E' stata una protesta forte, massiccia, unitaria quella dei lavoratori dell'ex Ilva che hanno scioperato. Un grido di dolore ed un appello chiaro nei confronti di Arcelor Mittal, del Governo, delle istituzioni locali, del mondo produttivo. Oggi la delusione ed il medesimo sentimento di rabbia accomunano la comunità di Taranto ed i lavoratori perchè questa è una battaglia sociale e civile sulla quale non ci possono essere distinguo, divisioni o strumentalizzazioni ideologiche. Non si può abbandonare il sito industriale a meno di un anno dalla firma dell’accordo che rilanciava la capacità produttiva, la difesa dell’occupazione e soprattutto gli investimenti per l’ambientalizzazione e la messa in sicurezza degli impianti. Sarebbe una vera sciagura. Una sconfitta per tutti.

Lo avevamo detto con chiarezza già alcuni mesi fa: Arcelor Mittal andrà via senza le garanzie a suo tempo pattuite sulla tutela penale per gli effetti ambientali del piano industriale. Ecco perché la politica ha le sue colpe e non può fare ora lacrime di coccodrillo. E' evidente che l'atteggiamento di Arcelor Mittal è del tutto inaccettabile, irresponsabile, quasi un ricatto. Ma l'unica strada è quella di ritornare al tavolo di confronto, far prevalere la responsabilità nella ricerca di una soluzione finalizzata a scongiurare i cinquemila esuberi e la chiusura degli impianti. Sarebbe un disastro industriale, sociale ed ambientale per Taranto e per l’intero sistema produttivo del Paese. Ecco perché la politica, le parti sociali e le istituzioni locali devono scegliere da che parte stare. Basta con le ambiguità. La via legale sarebbe troppo lunga, farraginosa ed alla fine ci ritroveremmo solo la fabbrica chiusa. Dobbiamo invece privilegiare un percorso che mantenga in vita il sito e la produzione di acciaio così fondamentale per tutto il sistema produttivo nazionale.

Proprio per questo credo che il Governo debba sgombrare subito il campo dalla questione dello scudo penale. Il decreto legge è la strada più breve per togliere definitivamente dal tavolo quella questione che ha animato per tanto tempo il dibattito politico. Questo anche per impedire speculazioni da parte di Arcelor ed anche nella eventualità che altri soggetti si ritrovino nelle stesse condizioni. L’importante è fare una norma, che potrebbe essere estesa a tutte le aziende che si trovano in una situazione analoga, in modo da andare avanti nei piani di risanamento ambientale senza fermare la produzione. La certezza delle regole è una condizione imprescindibile per l’attuazione degli investimenti, soprattutto da soggetti internazionali. La politica ha innescato questa miccia esplosiva, la politica ha il dovere ora di disinnescarla. Non esiste oggi un piano B. Chi parla di altre soluzioni fa solo propaganda. La scelta, adesso, è tra salvare lo stabilimento ed il baratro.

Speriamo che la dirigenza di Arcelor Mittal abbia un sussulto di responsabilità di fronte all'appello di migliaia di lavoratori e cittadini di Taranto e degli altri siti industriali. Ma anche il Governo e le forze politiche devono battere un colpo, pensando solo a fare gli interessi generali del paese. Noi siamo pronti a tutelare i lavoratori e le lavoratrici, la capacità produttiva dell'Italia nel quadro del rispetto dell'ambiente e della salute dei cittadini. Lo faremo con tutti gli strumenti contrattuali e con tutte le forme di mobilitazione che saranno necessarie.

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