Il ruolo dei “corpi intermedi” nella rivoluzione digitale

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La comunicazione non è più un argomento per soli esperti. L’informazione non è più materia per addetti ai lavori. Con l’avvento delle nuove tecnologie e con la diffusione di strumenti di facile uso che viaggiano in mobilità sui cellulari, ognuno di noi è ormai un “media-center”, un’edicola in mobilità. La tecnologia ci ha reso protagonisti della comunicazione: il digitale soppianta il cartaceo, la pubblicità si sposta nelle praterie del mondo virtuale, il marketing si sta ripensando perché il parere e il “like” dei clienti determinano realmente la popolarità o l’insuccesso di un prodotto.

Il concetto stesso di notizia ha cambiato pelle. Tutto è più immediato, istantaneo, diretto e molteplice per forma (multimediale) e dispositivi (tablet e cellulari) ma meno verificato, controllato e quindi sicuro. I  giornalisti, prima detentori della “verità” del piccolo villaggio, hanno perso il monopolio. Nel villaggio globale, ognuno di noi è produttore di notizie e, se ha reti per veicolarla, conta più di un opinionista. Lo storytelling lo facciamo noi: è il reality della nostra vita quotidiana attimo dopo attimo.  

Tutto questo è stato possibile con l’avvento delle piattaforme aperte che fanno rima con i più famosi social network; con gli store delle applicazioni per i cellulari e con i pervasivi programmi di messaggistica istantanea. Una grande ragnatela di byte che diventano Giga e Tera, di dati raccolti in cloud e di enormi archivi digitali (big data) dove ciascuno di noi è schedato, studiato, profilato, anticipato. Un enorme sistema che comprende miliardi di persone, dove ognuno conta per il numero di “amici”, follower e, soprattutto, per la forza delle rispettive reti di relazioni. Un mondo digitale incerto, nebuloso, spesso violento, non certificato, che nasconde pericoli ma anche opportunità. Soprattutto per le grandi associazioni e per quelle organizzazioni sociali costituite da migliaia persone che si ritrovano nella condivisione di valori.

Questo mondo di social media e di algoritmi (che premiano i contenuti più cliccati, condivisi e rilanciati) rappresenta un’occasione per quelle realtà associative che, per definizione, sono da sempre un social network, che basano il funzionamento del proprio essere “corpo sociale” e “corpo intermedio” sui criteri di partecipazione, condivisione e relazione. L’era dei social media è una grande opportunità per veicolare e “viralizzare” contenuti a costo zero grazie ad azioni di networking strutturato.

Per la prima volta, infatti, la disintermediazione della notizia e del rapporto tra chi confezionava e chi ne consumava il risultato costituisce un fattore “positivo” che il mondo del terzo settore, dell’associazionismo e del sindacato non può non cogliere. Ecco perché è necessario organizzarsi, favorire la formazione e l’apprendimento digitale degli operatori come nodi di una rete sociale nel web e nei social network. I media non sono buoni o cattivi. Dipende dall’uso che se ne fa. Dai contenuti e dinamiche che si sviluppano ma è certo che, anche nel caso di distorsioni culturali e valoriali, la presenza delle organizzazioni sociali in questo mondo è ancora più importante e strategico per contrastare le derive; per presidiare i “territori digitali” della convivenza civile e per rilanciare il ruolo dei “corpi intermedi” nella società fluida della rivoluzione digitale.

È necessario creare reti di organizzazioni che operino insieme e in modo convergente attraverso i social media e il web. Gli attuali criteri che sono alla base del mondo degli algoritmi (da Google a Facebbok) premiano questa presenza. È il caso di esserne consapevoli e di passare all’azione.

Andrea Benvenuti – social media manager della Cisl

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