Il parroco del mondo

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Giovanni Paolo II visitò Camerino due volte. Nel 1997, dopo il terremoto, celebrò messa nella piana di Colfiorito, poi entrò in un container per incontrare una coppia di anziani sfollati e si sentì chiedere: “Cosa le possiamo offrire?”. Prese un tè ascoltando il racconto di chi nel sisma aveva perso tutto. In una calda domenica di giugno è toccato a papa Francesco seguire le orme del suo predecessore e dare testimonianza di solidarietà e prossimità alla gente esasperata dalla carenza di risposte istituzionali. E’ entrato nei moduli abitativi scrivendo alcuni dei momenti più commoventi e spontanei della sua visita in una terra ciclicamente colpita dai terremoti negli ultimi tre secoli. Anche Bergoglio come Wojtyla ha condiviso la colazione con cittadini costretti a lasciare le loro case distrutte o irreversibilmente danneggiate e si è informato sulla loro situazione, li ha benedetti ed esortati a non perdere la speranza. Istanti memorabili di vita domestica quando papa Francesco, dietro le insistenze di una signora (“Mangi una pastina per farmi contenta, facciamo scegliere al Papa quello che vuole”) ha preso un dolcetto insieme a una famiglia.

Frangenti di distensione e allegria. “Eh voi niente? Ma non sarà avvelenata?”, ha scherzato il Papa. Infine l’incoraggiamento: “Salute e speranza”. Parole e gesti da parroco del mondo. “Ciascuno di noi ha per Dio un valore infinito: siamo piccoli sotto al cielo e impotenti quando la terra trema, ma per Dio siamo più preziosi di qualsiasi cosa”, è il messaggio di Jorge Mario Bergoglio che ha indossato il caschetto bianco per entrare nella cattedrale tenuta in piedi da impalcature metalliche. Il viaggio di papa Francesco nelle zone terremotate delle Marche ha riannodato i fili della memoria collettiva, unendo la veste bianca di Benedetto XVI macchiata dal fango della tendopoli di Onna dieci anni fa alla sua preghiera tra le macerie di Amatrice il 4 ottobre 2016. Un terremoto provoca dolore e precarietà. I pontefici visitano le popolazioni colpite per esprimere nel modo più diretto la vicinanza condividendo  le preoccupazioni per quanto in un attimo è stato perso. Con loro portano la Chiesa tutta, partecipe delle sofferenze e delle perdite, impegnata ad  aiutare nel ricostruire case, chiese, aziende. “La mia povera presenza tra voi vuole essere un segno tangibile del fatto che il Signore crocifisso vive”, disse Joseph Ratzinger all’Aquila che piangeva trecento vittime.

Una presenza che deve “smuovere le coscienze per imprimere un ritmo diverso alla ricostruzione”, auspica adesso il governatore delle Marche, Luca Ceriscioli.  “Sono passati quasi tre anni e il rischio è che, dopo il primo coinvolgimento emotivo e mediatico, l'attenzione cali e le promesse vadano a finire nel dimenticatoio, aumentando la frustrazione di chi vede il territorio spopolarsi sempre di più. Mai dimenticarsi di chi soffre”, ha avvertito Bergoglio nell’omelia. Poi, conversando con i bambini della prima comunione, ha paragonato una città terremotata a una persona che cade. “Dobbiamo lasciarla caduta o dobbiamo aiutarla a rialzarsi?”, ha chiesto. E ha aggiunto: “Cadiamo, una, due, tre, dieci, cinquanta volte. Gesù non si annoia e continua a rialzarci”. Da parte sua l'arcivescovo di Camerino-San Severino Marche, monsignor Francesco Massara ha ricordato che il sisma ha dato vita a un ulteriore terremoto quello delle promesse, poiché dopo il tempestivo intervento per la messa in sicurezza delle strutture danneggiate, la ricostruzione si è lasciata “ingabbiare dai lacci della burocrazia, generando sconforto e delusione specie tra le nuove generazioni che si vedono inesorabilmente derubate dal loro futuro”. La politica spesso sfila nei luoghi dei disastri per fare passerella. Bergoglio, come i suoi predecessori, visita le popolazioni per portare le loro istanze nell’agenda di quanti possano ascoltarle.

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