Il miracolo dell’unità della Chiesa Cattolica in Cina

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In Cina è impossibile discutere di problemi attuali senza ricordare le loro radici storiche. Anche quando si parla del presente della Chiesa in questo grande Paese non si può prescindere da una storia, lunga e tormentata. L’evangelizzazione della Cina è cominciata nel VI secolo, con i monaci orientali provenienti dalla Siria, è stata poi rilanciata dai francescani nel XIII e successivamente ripresa dai gesuiti nel XVII. Sono stati tre approcci molo diversi, tutti e tre caratterizzati da una grande creatività, nel tentativo di trovare il giusto adattamento ad un mondo molto diverso da quello di provenienza dei missionari siriani, francescani e gesuiti. Ma tutti e tre questi tentativi sono stati interrotti e si sono fermati.

Bisognerebbe avere sempre presente questo lontano passato quando si parla della Chiesa in Cina, del suo presente e del suo futuro. Le ragioni storiche per cui questi tentativi non sono continuati sono infatti molteplici e complesse ma tutte convergono su un punto: portare il Vangelo in questa terra rappresenta una delle più gradi sfide dell’intera storia della Chiesa.

Lo conferma anche la quarta stagione dell’evangelizzazione della Cina, cominciata dopo il 1840, sulla scia dell’offensiva coloniale europea e occidentale. Questo quarto tentativo non si è interrotto, ma è passato attraverso prove durissime, sino a che la presenza dei cristiani si è ridotta ad una piccola fiammella: è accaduto durante la Rivoluzione culturale degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Proprio per questo la piccola comunità di credenti che ha ripreso il suo cammino negli ultimi quarant’anni costituisce una realtà preziosa, che dovrebbe stare a cuore ai cattolici di tutto il mondo.

Di certo, non l’hanno dimenticata Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco che se ne sono interessati appassionatamente, impegnandosi per rimuovere i gravi pesi che hanno continuato ad ostacolarla. Tra questi, il più grande è stato costituito dalla ordinazione di vescovi illegittimi e cioè validi sotto il profilo sacramentale ma non in comunione con Roma e con la Chiesa universale. Tali ordinazioni hanno spaccato la Chiesa in Cina, che è sempre rimasta una sola ma si è divisa in due comunità: quella dei clandestini o sotterranei e quella dei patriottici o ufficiali. Gli ultimi tre pontefici hanno considerato inaccettabile questa divisione, hanno cercato di rimuoverla e operato per riconciliare i cattolici “di sopra” e quelli di “sotto”, ricordando che la condizione di “clandestinità” non può essere considerata normale per la Chiesa in nessun tempo e in nessuna situazione.

Tutti e tre hanno giudicato che le ordinazioni illegittime e le divisioni fra i cattolici cinesi non hanno avuto cause teologiche, ecclesiali o religiose, ma solo politiche. Hanno pertanto ritenuto che la soluzione del problema doveva passare necessariamente per un accordo con le autorità cinesi e hanno cercato tutti e tre di realizzarlo. A papa Francesco è riuscito di farlo con l’Accordo de 22 settembre 2018 sulla nomina dei vescovi tra la S. Sede e le autorità della Repubblica popolare cinese, identico a quello approvato da Benedetto XVI nel 2009 ma che allora non si riuscì a concludere.

La lunga storia precedente spiega perché questo Accordo rappresenta un risultato importantissimo, non tanto come punto d’arrivo quanto come punto di partenza. Non per motivi politici o diplomatici, come hanno scritto i suoi critici. Ma perché ha liberato la comunità dei cattolici cinesi, senza distinzione tra clandestini e patriottici, da un incubo: quello di nuove ordinazioni illegittime e da nuove divisioni. Ha aperto la strada alla riunificazione delle due comunità: il cammino sarà ancora lungo, ma ciò che conta è che sia iniziato. I problemi e le difficoltà restano tantissimi, ma si è riaperta la strada per tornare a cercare le vie dell’evangelizzazione della Cina.

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