Il braccio di ferro con Bruxelles? La vera partita di Roma

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Alla Camera – con 318 voti a favore, 231 contrari e 2 astenuti – il copione è stato rispettato. Il Decreto Rilancio, grazie al voto di fiducia, è pronto per il via libera definitivo del Senato, in programma la prossima settimana. Per il governo guidato dal premier, Giuseppe Conte, si tratta di un buon risultato, non certo del migliore. Palazzo Chigi, vista la situazione complessiva del Paese, poteva e doveva fare di più. Se l’obiettivo dell’esecutivo è quello di far ripartire l’Italia, non basta chiamare rilancio un provvedimento, occorre la benzina da mettere nel motore. E qui il serbatoio non è affatto pieno. Certo, il decreto ha messo in campo interventi da 55 miliardi di euro per limitare l’impatto economico su imprese, partite Iva, dipendenti, famiglie e terzo settore. Ma rischiano di non essere sufficienti.

Fra le misure originarie i contributi a fondo perduto per le aziende, lo stop ai pagamenti dell’Irap, il Reddito di emergenza, l’innalzamento da 600 euro a 1200 del bonus baby sitter. E poi la prosecuzione sino a fine anno del lavoro da casa per i dipendenti pubblici, non volendo creare troppe tensioni all’interno dei ministeri. Tutti titoli dei quali dovremo vedere lo svolgimento, una volta approvato definitivamente il decreto. Va detto che il passaggio alla Camera ha portato una serie di novità, come l’allargamento alle seconde case del superbonus al 110%, gli incentivi per l’acquisto di auto Euro 6, l’aumento dei fondi destinati alle scuole paritarie, lo slittamento di un mese dei congedi per i genitori, l’anticipo della cig prevista per l’autunno. Ma sono tutte “offerte” da valutare, dovendo capire se gli italiani hanno veramente voglia di spendere. Gli incentivi e bonus non sembrano essere la soluzione migliore, ma solo la più semplice, dal grande effetto mediatico.

Arrivati a questo punto non c’è da aspettarsi altre modifiche: il testo arriverà blindato a Palazzo Madama. Ma nel giorno del giro di boa del Dl Rilancio a Montecitorio, l’Ue ha dato il via libera allo schema da 6,2 miliardi di euro per sostenere le piccole imprese e gli autonomi, con le sovvenzioni dirette. Ed è proprio nel braccio di ferro con Bruxelles che Roma si gioca la partita vera. Mes e Recovery Fund le partite da giocare. Perché è da lì che dovranno arrivare i soldi veri.

L’asse tra Giuseppe Conte e Pedro Sanchez, il premier spagnolo, in vista del rush finale sul Recovery Fund, legittima un certo ottimismo. Per la riuscita dell’intesa sul pacchetto di aiuti anti-Covid serve una santa alleanza. Conte lo sa e, forte della spinta dei Paesi del Mediterraneo e di una sponda, quella di Angela Merkel, in cui vuol continuare a credere, sceglie di non arretrare. “Il pacchetto di proposte va finalizzato entro luglio. Solo dopo aver verificato la sua consistenza discuteremo del Mes”, è l’exit strategy anti-falchi del premier. Un premier che, sull’onda del caso Autostrade, vede nel frattempo crescere il pressing interno. Del M5S, soprattutto, che se da un lato – dopo la sentenza della Consulta – intravede una luce nella battaglia sulle concessioni ai Benetton, dall’altro, su dossier Mes, non ha ancora intenzione di arretrare. A Madrid Conte ostenta una certa tranquillità. Con Sanchez condivide non solo la linea da tenere a Bruxelles ma anche alcuni dei principali punti per il rilancio post-Covid, a cominciare dalla rivoluzione “green”. Entrambi hanno guidato i due Paesi più colpiti in Europa con strategie simili. Entrambi, dopo anni di distanza tra Roma e Madrid, hanno interesse ad una nuova stagione di rapporti bilaterali. “L’accordo si può e si deve fare entro luglio”, spiega Sanchez nella conferenza stampa congiunta con Conte. “Non possiamo indietreggiare rispetto alla proposta della commissione Ue”, gli fa eco Conte.

Per Roma non è ancora il momento di minacciare veti sul Quadro Finanziario pluriennale (sui “rebates”, in particolare) come jolly per arrivare ad una soluzione sul Recovery. Del resto, venerdì il premier saggerà in prima persona lo scetticismo del suo omologo olandese Mark Rutte, al quale lancia un chiaro messaggio: “Deve contribuire ad una soluzione europea rapida, in gioco c’è il mercato unico, dal quale l’Olanda trae importanti benefici”, afferma il premier senza evocare strappi. Uguale e maggiore prudenza Conte la usa sul Mes. L’argomento, a Madrid e dintorni, non è dei più sentiti. Sanchez auspica di “non usarlo, perché vorrebbe dire che la pandemia è sotto controllo” ma, allo stesso tempo, “sottolinea come non bisogna vergognarsi ad attivarlo”. Conte, sul Mes, rischia di giocarsi invece il futuro. Non a caso, quello del fondo è argomento che approderà davvero alle Camere solo a settembre, quando il governo farà la sua proposta sull’intero pacchetto di aiuti europei. E proprio per quest’ordine di ragioni il decreto Rilancio appare per quello che è: un tampone per limitare i danni, per contenere il malessere strisciante. Palazzo Chigi confida nell’estate. Gli italiani chissà in che cosa….

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