Siamo giunti alla Domenica di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua. Già nella tradizione ebraica si celebrava questo giorno, per commemorare il dono della legge mosaica, un privilegio da condividere. In quell’occasione, Dio convocò dieci nazioni, chiedendo chi fra di esse avrebbe seguito la sua parola, e a rispondere fu un piccolo gruppo, il popolo ebraico.
Per i cristiani, la Pentecoste è il superamento di Babele e della costruzione della torre alta fino al cielo, alla ricerca dell’uniformità di tutti gli uomini e con la volontà di comandare su Dio. Un progetto che si è rovesciato al punto che Babele è diventata sinonimo di confusione, perché alla fine ognuno parlava una lingua diversa e nessun capiva più l’altro. Il dono dello Spirito Santo, sotto forma di lingue di fuoco, dà invece la capacità di comprendersi a vicenda.
Nella Prima lettura, gli Atti degli apostoli, si enumerano tutti i popoli destinatari di questo dono: “Parti, Medi, Elamìti, abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi”.
La novità del Vangelo di oggi è la promessa dello Spirito. “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Ma cos’è questo Spirito? Giacché non possiamo definire né descrivere Dio, per rappresentare lo Spirito ricorriamo ai simboli come l’acqua, la colomba, il fuoco, e il vento.
Questi, gli ultimi due in particolare in occasione della Pentecoste, rappresentano quei segni che ci aiutano a intuire la presenza dello Spirito Santo nella nostra vita.

