La morte di don Matteo Balzano, 35 anni, ha lasciato sgomenti i suoi conoscenti, i parrocchiani e tutti coloro che hanno appreso la tragica notizia. Il vice parroco della parrocchia di Cannobio (Piemonte) si è tolto la vita senza lasciare motivazioni scritte, senza far trapelare nessun tipo di particolare disagio, senza che nessuno avvertisse qualche tipo di sofferenza che possa aver portato al gesto estremo. Sui social e sui giornali la notizia ha generato tra i fedeli una serie di riflessioni che è necessario sottolineare perché non può lasciare indifferenti il suicidio di un ragazzo che ha donato la sua vita per Dio e per la Chiesa senza che la comunità cristiana si interroghi profondamente sull’accaduto.
Cosa è successo a Matteo e cosa ha motivato quel gesto, al momento, non ci è dato di sapere. Forse nessuno sarà in grado di spiegarlo pienamente, ma è tuttavia necessario prendere coscienza del fatto che, come tutti gli esseri umani, i preti sono uomini che affrontano le difficoltà della vita portando ogni giorno le loro fragilità e le loro sofferenze spesso senza trovare l’aiuto di cui hanno bisogno o senza che nessuno ascolti il loro grido silenzioso di dolore.
Recentemente papa Leone XIV, incontrando i sacerdoti a Roma, ha sottolineato il ruolo fondamentale della fraternità sacerdotale. Papa Leone ha indicato l’amicizia con Gesù come la chiave di ogni sacerdozio. «Questo richiede ascolto profondo, meditazione, e una ricca e ordinata vita interiore». Al contempo ha sottolineato la fraternità come «stile essenziale di vita presbiterale», per questo è necessario «costruire legami solidi nel presbiterio» contro ogni tipo di rivalità o individualismo. Infine Leone XIV, come intuendo un pericolo latente nei pastori, ha invitato i sacerdoti a non sentirsi mai soli ma a lasciarsi accompagnare: “Voglio sottolineare l’importanza della vita spirituale del sacerdote. Tante volte quando abbiamo bisogno di aiuto, cercate un buon “accompagnatore”, un direttore spirituale, un buon confessore. Nessuno qui è solo. E anche se stai lavorando nella missione più lontana, non sei mai solo! Cercate di vivere quello che Papa Francesco tante volte chiamava la “vicinanza”: vicinanza con il Signore, vicinanza con il vostro Vescovo, o Superiore religioso, e vicinanza anche fra di voi, perché voi davvero dovete essere amici, fratelli”.
Sulle pagine dell’Agenzia SiR il sacerdote Giorgio Ronzoni, docente di teologia pastorale e parroco a Padova, chiede che si aggiornino i dati sul burnout dei preti in attività con ricerche e studi statistici seri che considerino con particolare attenzione lo stato di salute e le difficoltà dei sacerdoti più giovani nei primi anni di ministero. Studi che in Italia mancano del tutto ma che possono aiutare a prendersi cura dei giovani sacerdoti che, afferma don Ronzoni, affrontano spesso le sfide della vita con le stesse fragilità dei loro coetanei e che rischiano di rimanere soli nell’affrontare le difficoltà finendo in labirinti senza vie di uscita. (link: https://www.agensir.it/chiesa/2025/07/07/preti-in-crisi-servono-ricerche-serie-sul-loro-disagio/)
La morte di Padre Matteo è un grido di dolore che esige una riflessione urgente sulla Chiesa, sui pastori e sulla comunità cristiana. Ma soprattutto sulla chiamata comune a tutti i battezzati: quella di crescere nella fede all’interno della comunità cristiana. La tragica vicenda esige una riflessione seria sia per i laici che per i sacerdoti.
In un mondo che ha perso la bussola, in una società che ha messo da parte Dio e nell’affrontare una battaglia che ogni cristiano deve combattere per mantenere salda la fede contro il mondo, la carne e il diavolo, nessuno può rimanere da solo. Non c’è infatti cristianesimo senza relazione, senza quella palestra di virtù e quella rete di fratellanza che è la comunità cristiana.
Molti presbiteri possono vantare di appartenere a una comunità di fratelli e sorelle (sacerdoti e laici, celibi e sposati, giovani e adulti) dove crescere nella fede ma soprattutto dove trovare ascolto e aiuto per affrontare e combattere la buona battaglia quotidiana della fede. Purtroppo però non tutti hanno la possibilità di vivere una simile esperienza di comunità e molti giovani sacerdoti si trovano immersi nel lavoro pastorale, spesso faticoso e logorante, ma umanamente soli.
Nell’apertura della Regola san Benedetto suggerisce che nessun monaco può diventare anacoreta o eremita se non è stato prima addestrato nel monastero, assieme ai fratelli, a “respingere le insidie del demonio”. È nella palestra della vita comunitaria, che si cresce nella virtù, considerando sempre un bene prezioso l’aiuto dell’altro pur nella sua ingombrante differenza. Di certo nell’alterità si corre il rischio della contraddizione. Ma è proprio nelle pieghe delle contraddizioni e della differenza che si crea lo spazio per la comunione più profonda che noi chiamiamo amore. Nessun cristiano può sfuggire al rischio dell’alterità senza pagare un alto prezzo, senza il rischio di fare poi i conti col fallimento del proprio progetto. Così nessun sacerdote può considerare se stesso un’isola, né può sottrarsi dall’esigenza della fraternità, perché solo lì può riconoscersi e mostrarsi povero e vulnerabile e trovare, nel confronto, nella celebrazione comune e nella preghiera vicendevole, una parola di conforto e di sostegno nei momenti più difficili.
È valido dunque per ogni cristiano il consiglio del Qoelet che mette in guardia riguardo alla solitudine: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi” (Qo 4, 9-10). Essere «pastori gli uni per gli altri, ciascuno secondo il proprio stato» come chiesto da papa Leone XIV nel suo primo Regina Coeli è un’esigenza di carità cristiana, per aiutarsi a vicenda a camminare nell’amore e nella verità, senza che nessuno rimanga in dietro come una pecora perduta, senza pastore.

