I due premier

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Potrà pure sembrare paradossale, ma con le ultime primarie del Pd in pratica siamo tornati a dicembre del 2013. Oggi come allora fu Matteo Renzi stravincere. E ancora oggi come allora a Palazzo Chigi c’era un governo espressione del Pd. Ieri il premier era Enrico Letta, oggi il presidente del Consiglio è Paolo Gentiloni. Anche allora, esattamente come in questi giorni in Francia, incombeva all’orizzonte un delicato turno elettorale, le europee previste a maggio del 2014.

Anche allora, ed ad oggi non è stata trovata una soluzione, una sentenza della Corte costituzionale aveva trasformato un sistema elettorale maggioritario in un proporzionale confuso. Anche allora il neo-eletto segretario del Pd si poneva la domanda se aspettare la scadenza naturale della legislatura o, almeno, lo svolgimento delle europee, prima di puntare a Palazzo Chigi. Forse quella domanda Renzi non se l’è mai posta, ma il problema della convivenza tra segretario e premier dello stesso partito era nei fatti. Esattamente come ora. Allora sappiamo come è andata a finire.

E oggi, invece? Nell’Italia che vede doppio, e non per una ubriacatura collettiva, ma una distorsione della politica, tutto è possibile. Del resto che lo avesse pianificato o meno fin dall’inizio o no (molti sostengono che quello era il piano originale da lungo tempo meditato e coccolato con i suoi), a febbraio del 2014 Matteo Renzi ha sostituito Enrico Letta nella carica di presidente del Consiglio mantenendo la leadership del partito. Qualcuno dice che la storia non si ripete. Ma non è sempre così. O meglio, non è detto che si ripeta esattamente nelle stesse forme. Ma le analogie tra il dicembre del 2013 e oggi sono impressionanti.

Renzi, in fondo, è di fronte allo stesso dilemma di allora: mi faccio carico di tutto e provo a capitalizzare oppure lascio ad altri il lavoro sporco? E, soprattutto, in quale modo creo il caso? Tradotto, come faccio a rompere con Gentiloni? Chiariamo un punto: l’attuale premier non è Letta, ma si trova esattamente nella stessa condizione di dover gestire una mediazione difficile tra l’Europa che vuole certe cose e un segretario del suo partito, candidato premier ancor più forte dopo le primarie, che ne vuole altre, in modo tale da evitare di mettere a rischio le elezioni. Se vince l’Europa la possibilità di una sconfitta per lui e per il partito è più che concreta. A zavorrare il decollo di questo quadro politico, però, c’è un particolare niente affatto secondario: l’oggettiva impossibilità per Renzi di arrivare a Palazzo Chigi prima del prossimo voto. Allo stato dell’arte è impensabile il ritorno al governo di Renzi con una nuova manovra di Palazzo, bypassando il parere degli italiani. Sarebbe davvero troppo.

Detto ciò, resta il problema della convivenza con le elezioni in vista. Il problema è aggravato dallo spettro di una legge di stabilità che potrebbe destabilizzare le residue speranze del Pd di conseguire un buon risultato alle prossime elezioni. Solo il ricorso alle urne in autunno, prima quindi della approvazione della manovra, potrebbe disinnescare questo problema. Anche nel 2014 circolava l’ipotesi di elezioni politiche anticipate con l’abbinamento di europee e legislative. Per ragioni in parte simili. La prospettiva che il Pd, con Letta al governo, potesse essere fortemente penalizzato nel voto europeo rappresentava un forte incentivo, dal punto di vista di Renzi, per non aspettare la scadenza naturale della legislatura e mettere in atto il ricambio subito.

Più o meno il quadro è lo stesso oggi. Non solo. Sul tavolo, stavolta, ci sono anche altri temi forti che rischiano di deteriorare ulteriormente i rapporti fra Matteo e Paolo, tanto che questioni spinose come la crisi di Alitalia e la legge sulla legittima difesa i “due premier” hanno parlato lingue diverse. Un altro modo per costringere gli italiani a vedere doppio. E di doppiezza, a volte, si può anche morire. Politicamente s’intende, dato che il Movimento 5 Stelle rappresenta il terzo occhio, con il quale molti italiani osservano il dibattito politico.

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