I baluardi contro il serpente del terrorismo

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“L’Europa deve riprendere coscienza della propria storia. Non si può scrivere un futuro senza tenere presente ciò che ha fatto grande la storia di un popolo”. Così il mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia ha commentato l’attacco di Vienna nel suo intervento, lunedì sera, alla trasmissione Quarta Repubblica di Nicola Porro.

Sono dei martiri”, ha detto poi il presule riferendosi alle vittime dell’assalto alla cattedrale di Nizza e al popolo ebraico che anche in Europa finisce spesso nel mirino dell’estremismo islamico. Parole usate dal vescovo richiamo alla storia e alle radici più profonde del nostro continente senza però invocare scontri di civiltà o di religione.

Mons. Camisasca infatti sa bene che non è questa la strada per sconfiggere il serpente del terrorismo di matrice islamica e ci tiene a puntualizzare che “va tenuto presente che l’Islam è una realtà variegata, non è un monolite”. Per questo motivo “al di là delle interpretazioni, vanno trovati dei luoghi di incontro per favorire un’evoluzione”.

Dietro il lucido ragionamento di vescovo di Reggio Emilia c’è la consapevolezza che un’Europa votata al laicismo più estremo, senza radici, senza la consapevolezza che della propria identità e che rifiuta ogni forma di trascendenza non solo non potrà mai esserci alcun dialogo con l’Islam ma alzerà una barriera insormontabile sul terreno dell’integrazione e della convivenza.

L’Europa deve prendere maggiore consapevolezza di questa realtà e della sfida rappresentata dal confronto con l’Islam. Come? Su questo punto il presule non ha dubbi: “Prima di tutto riprendendo coscienza della propria storia. L’Europa si è indebolita perché ha voluto tranciare il rapporto con la propria storia di tremila anni, dai greci, ai romani, ai cristiani, fino all’Illuminismo e anche l’ebraismo”.

Non è un caso che gli attacchi sul suolo Europeo di questi ultimi cinque anni, da Charlie Ebdo all’aeroporto di Bruxelles, passando per i mercatini di Natale a Berlino siano stati condotti da giovani immigrati, alcuni perfino Francesi o Belgi di seconda generazione che rifiutavano completamente la cultura che le aveva accolti o in cui erano persino cresciuti. La società delle libertà individuali, della soddisfazione dell’io a tutti i costi in un eterno presente senza storia non ha fatto presa nelle tante periferie delle grandi metropoli europee. Un interpretazione distorta del richiamo della cultura delle loro origini ha creato insoddisfazione,  rabbia e piccolo esercito di alienati disposti a seguire il sanguinoso progetto del sedicente Stato Islamico.  Un tradimento anche nei confronti delle famiglie che hanno investito sulla loro integrazione nella società europea.

E allora ben vegano i richiami che scuotono le corde più profonde come quelli di mons. Camisasca che suggerisce ancora via da seguire per un dialogo fruttuoso: “Non si possono cancellare Giotto, Verdi, Galilei. Michelangelo, che possono darci impulsi, orgoglio e suggerimenti per il nostro futuro”. Sono questi i baluardi per un incontro fruttuoso che sterilizzi i fondamentalismi e non il ripiegamento nel privato delle confessioni religiose.

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