Come l’hypnopedia tranquillizza i bambini

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Ho accolto con interesse l’invito a riflettere sul tema della Hypnopedia, pratica di apprendimento durante il sonno nei primi mesi di vita del bambino.

Sono una psicoanalista, quindi premetto che non mi addentrerò nella disamina degli effetti neuronali, cognitivi, bensì articolerò le mie riflessioni a partire in particolare da due frasi, riportate nella descrizione di tale processo, in quanto mi hanno colpita:  “Quando il bambino dorme,  le parole vanno direttamente all’inconscio che sente mille volte di più del conscio”; “con questo strumento possiamo aiutarli ad essere più sicuri, felici e a sentirsi tremendamente amati dai loro genitori o da chi si prende cura di loro”

La prospettiva delle neuroscienze evidenzia che, alla nascita, il sonno REM (Rapid Eye Movements),  una fase del sonno caratterizzata da movimenti oculari rapidi legati all’attività onirica, corrisponde al 50% della durata del sonno, il che evidenzia la presenza di un’attività cerebrale. Il neonato è quindi in uno stato recettivo, accoglie, ospita, come si evince dalla etimologia latina del verbo recepire (recipĕre), ciò che gli arriva da fuori e in uno stato ipnotico, cioè di passività, di sonno, dal greco ὕπνος.

Tale processo eteroipnotico, per quanto posso saperne, non è stato ancora accertato, corrisponda ad un apprendimento efficace nel tempo. Qualcosa si fissa nella memoria, tuttavia ricevere non è la stessa cosa di prendere, di fare proprio e poi servirsene. Conosciamo inoltre come il desiderio di apprendere non sia slegato dal desiderio di trasmettere, di insegnare. Desiderio che entra in gioco nell’interazione: chi riceve coglie anche ciò che, seppur  implicitamente, sottende tale trasmissione da parte di un altro (genitore, insegnante).

Nella prospettiva orientata dalla psicoanalisi, il percorso di crescita dell’essere umano implica il passaggio indispensabile dallo statuto di essere vivente a quello di soggetto. Appunto soggetto. Orbene, soggettivare e soggettivarsi rimandano alla centralità e insostituibilità della mediazione tra un soggetto e l’altro, quindi della relazione, di quel particolare “dialogo”, preverbale, prelogico, che molto presto si costruisce tra il neonato e la mamma.

René Spitz, neuropsichiatra e psicoanalista, tra i promotori della prima teoria frustrazionistica, relativa cioè all’importanza della qualità di tale interazione per lo sviluppo psicologico e cognitivo del bambino, definisce tale circuito affettivo/cognitivo un dialogo attivo. Pensiamo solo allo scambio degli sguardi e ai sorrisi, primi vettori dell’instaurarsi di una forma dialogica, seppur preverbale, tra la mamma e il suo neonato. E’ possibile notare l’effetto che il sorriso dei piccoli ha sulle madri. Spesso, infatti, la risposta materna al sorriso del bambino è quella di sorridere a sua volta, di parlare al bambino affettuosamente, di tenerlo in braccio e cullarlo. Una buona risposta materna produce nel bambino una ulteriore risposta: l’intensità della risposta di sorriso di un bambino, è fortemente influenzata dall’esperienza appresa negli incontri e la risposta sociale dell’adulto costituisce un rinforzo efficace per il  sorriso e la graduale apertura sociale.

Alla luce degli studi, è possibile concludere che la funzione svolta dal sorriso è di tipo strumentale: sorridendo, il bambino vuole ottenere dalla madre (o dall’adulto che si prende cura di lui) accudimento, attenzione amorevole, dedizione e amore. Così iniziano a porsi le basi del sentimento d’amore e della capacità d’amare che è un appreso, cioè non è innata.

Cosa un neonato vede riflesso nello sguardo della madre? Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, ci ricorda che egli vede se stesso così come è stato accolto. Il bambino piccolo non può sopravvivere isolato quando viene al mondo, può esistere solo se in relazione a un altro capace e disponibile ad accoglierlo, a proteggerlo e a dare una risposta al suo primo grido.

Spesso questo ‘altro’ è la donna che, nell’incontro con il figlio, può dare origine all’esperienza del suo essere madre; accogliendolo tra le sue braccia, dopo averlo accolto nella sua mente e nel suo cuore per i nove mesi della gravidanza. Come sosteneva Winnicott il lattante non esiste da solo: “l’unità è la coppia” afferma in una delle numerose conferenze, suscitando sconcerto. Winnicott, infatti, è conosciuto anche per i suoi paradossi, cioè affermazioni convinte e, per certi aspetti, rivoluzionarie. Ne aggiungo un’altra, per me di particolare fascino e anche preziosa nel lavoro psicoterapico con le madri. In vari testi egli sottolinea che una madre non ha il dovere di essere Dio, nella modalità di curare e assumersi la responsabilità della crescita del figlio, bensì di essere il meglio che può essere. Parole semplici ma di grande utilità, soprattutto oggi, epoca che vede ancora l’ingombrante immagine-fantasma del genitore perfetto, della madre ideale.

Il soggetto che il neonato inizia ad essere esiste con qualcun altro che lo faccia sentire parte di una relazione, gli presenti il mondo, parlandogli e interagendo. Riconoscerlo come una persona, diversa da sé e non una proprietà. Solo così e anche dalle reazioni del figlio, madre e padre, possono iniziare a conoscere meglio le particolarità di quel bambino, consentendogli quindi di esistere come un soggetto, unico e insostituibile. Non una proprietà, né un oggetto da plasmare.

La disponibilità del piccolo ad accogliere il mondo esterno, assimilarlo, ospitarne i molteplici aspetti al proprio interno, quindi anche le parole, il cibo, i principi morali, si origina dalla qualità con cui madre e padre gli offrono il mondo e lo predispongono alla costruzione della così detta “fiducia basica”.

“Se il bambino introduce nel suo mondo interno la madre, come un oggetto buono e sicuro, un elemento di forza si aggiunge all’Io. Considero infatti che l’Io si sviluppa in gran parte attorno a questo oggetto buono, e che l’identificazione con le caratteristiche buone della madre diventi la base per altre identificazioni vantaggiose
[ Melanie Klein, Il nostro mondo adulto ed altri saggi, Martinelli, Firenze 1972 p.15]

Da tali considerazioni si evince che, affinché qualcosa – concetti, parole, principi – che viene dall’esterno possa divenire patrimonio di un soggetto, cioè essere scelto e soggettivato, è indispensabile l’apporto dell’individuo come agente e, soprattutto nell’infanzia, dell’interazione con l’altro. Freud stesso abbandona l’ipnosi, come pratica di cura, per dare priorità alle parole, cioè per consentire al soggetto di fare emergere i contenuti inconsci attraverso il metodo delle associazioni libere. Nella teoria freudiana l’inconscio è il luogo del rimosso, cioè di ciò  (esperienze, ricordi, fantasie, pulsioni) che non accede alla coscienza in conseguenza delle difese, delle resistenze del soggetto.

Ciò significa che, fuori da un percorso psicoterapeutico, tali contenuti, per emergere, devono fare i conti con i diversi meccanismi psichici difensivi del soggetto, che può non volerne sapere. L’inconscio non è dunque un luogo profondo sotterraneo in opposizione alla superficialità della coscienza e da leggere in una binarietà tra razionalità e irrazionalità. Non è quindi, nella prospettiva della psicoanalisi freudiana un mero contenitore plasmabile dall’esterno, bensì un animatore della vita del soggetto e il custode del desiderio soggettivo.

Molti studi hanno potuto accertare che il sonno ha un suo preciso funzionamento e un’utilità importante per la salute psichica e fisica dell’essere umano. L’alternanza delle fasi del sonno – non Rem e Rem  – risponde anche all’esigenza di salvaguardare l’economia della mente. In tale alternarsi di fasi il cervello emana delle onde, di minore o maggiore frequenza, che favoriscono l’incorporazione di nuove informazioni e il loro fissarsi nella memoria. La fase REM segna la comparsa dei sogni, dell’attività onirica che attiva determinati circuiti nervosi e cerebrali. Il dottor Sigmund Freud ha dato un grande valore ai sogni considerandoli un momento indispensabile alla vita psichica, sottolineando anche il ruolo importante che ha la prevalenza del sonno REM  nel processo di maturazione neurobiologica e psicologica del neonato.

Il sonno consente inoltre un distacco dall’iper stimolazione della veglia e promuove modificazioni di funzioni neurofisiologiche e neurochimiche preziose per l’economia dell’organismo e della mente. Dal punto di vista prettamente psicologico, Freud evidenzia una funzione di scarica delle pulsioni, di soddisfacimento allucinatorio dei desideri e di elaborazione delle emozioni, che favoriscono l’organizzazione psichica e del pensiero da svegli. Non va dimenticato che l’inconscio, da cui si origina il contenuto dei sogni, è atemporale, cioè non distingue tra una fatto realmente esperito e uno intensamente immaginato. Ecco perché mentre sogniamo di scivolare da una rupe muoviamo violentemente un braccio o una gamba!

Tornando alla preziosità delle prima interazioni mamma-papà-bambino non è possibile non accennare ad altri due aspetti che vanno a costituire nel piccolo le matrici e i binari sia del rapporto con il proprio corpo sia dell’istanza morale ( il Super-Io freudiano). Rispetto al primo punto – il contatto corporeo con la madre– la qualità di tale contenimento (Holding) e tutta la serie di percezioni e vissuti che la pelle, in quanto superficie di contatto,  rimandano,  non possono ovviamente prescindere dall’incontro e da uno scambio attivo tra il neonato e l’altro. La psicologa francese  Hélène Stork differenzia due modelli di contatto: “a basso contatto” e “ad alto contatto” che si riferiscono all’intensità e al tempo, breve o prolungato, del contatto fisico tra il corpo della madre e quello del figlio.

Tali modalità di vicinanza corporea non prescindono, ovviamente, dai contenuti inconsci della mamma, cioè fantasie, emozioni, vissuti, sia rispetto al rapporto con il suo corpo sia riguardo al dimensione delle cure e del contatto fisico con il piccolo. Inoltre, tali prime esperienze, influenzeranno anche la qualità delle successive relazioni interpersonali dell’individuo.

Nell’affrontare il discorso relativo ai sentimenti, a come instillare nell’infanzia principi morali va fatta una premessa: il neonato non è una tabula rasa su cui l’altro inizia a “scrivere” incidendo indelebilmente con le sue parole e i suoi discorsi! La prospettiva della psicoanalisi si distanzia da letture deterministiche e insiste sulla chance che ogni essere umano ha, nel percorso di soggettivazione, di poter scegliere ed elaborare le esperienze e  i discorsi dell’altro. Tuttavia sappiamo che i bambini sono come delle “spugne”, permeabili cioè ad assorbire quanto circola nell’ambiente domestico e poi in quello sociale. La prima istanza morale, quella “vocina” interna che regola e promuove gradatamente una coscienza etica, non prescinde dall’educazione, cioè dalla qualità della politica educativa di una famiglia. Soprattutto un bambino risente, e quindi apprende, a partire dall’esempio degli adulti di riferimento.

Innanzitutto là dove mamma e papà hanno potuto testimoniare di incarnare loro stessi ciò che “predicano”: l’amore e il rispetto per il prossimo, la tenerezza, il pudore, la capacità di regolare le pulsioni. Gradatamente il figlio costruirà, al suo interno, dei paradigmi morali di cui poi potrà servirsi. Instillare, in una conduzione ipnotica, non necessariamente farà di quel bambino un “angioletto”, viceversa l’esperienza quotidiana dell’interazione con i genitori e i familiari che danno dimostrazione di moralità, spiritualità, etica e i relativi discorsi, potranno essere interiorizzati dal figlio con più efficacia e permanenza nel tempo.

Queste osservazioni non intendono in alcun modo giudicare e/o sconfermare l’Hypnopedia, quanto evidenziare che ciò che è essenziale per la sopravvivenza, soprattutto nel primo anno di vita, riguarda la possibilità che l’equipaggiamento e le risorse innate del neonato siano ‘ravvivate’ dall’interazione e dalla relazione con un adulto specifico di riferimento. Non è quindi l’accudimento anonimo e generalizzato, ma neppure l’assenza di un soggetto vigile, ciò che può garantire la costruzione di un apprendimento dei sentimenti, della fiducia basica nella vita e dei principi morali nel bambino.

Pamela Pace
Psicologa, psicoterapeuta, psicoanalista
Presidente Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus

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