Nel 1971, nei pressi di Londra, si svolse un evento destinato a segnare la storia del popolo gitano: il primo Congresso mondiale dei Rom. Fu un momento di straordinaria importanza, che vide riuniti intellettuali, attivisti e rappresentanti di origine rom provenienti da diversi Paesi europei, uniti dal desiderio comune di affermare la propria identità culturale e di rivendicare diritti troppo a lungo negati. Da quel giorno sono stati compiuti passi significativi verso il riconoscimento e la valorizzazione di questa comunità, ma il cammino verso una piena inclusione è ancora lontano dall’essere compiuto. I pregiudizi nei confronti dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti restano purtroppo radicati in ampie fasce della società, alimentando diffidenze e barriere che ne ostacolano l’integrazione.
Papa Francesco, con la sua sensibilità e la sua costante attenzione agli ultimi, ha più volte richiamato l’urgenza di superare queste forme di emarginazione, ricordando come i rom siano tra i “più vulnerabili” e come la loro piena promozione umana e sociale rappresenti una questione di giustizia e di civiltà. In occasione dell’incontro con i partecipanti al pellegrinaggio del popolo gitano, il 26 ottobre 2015, a cinquant’anni dalla storica visita di Papa Paolo VI al campo nomadi di Pomezia, il Santo Padre aveva sottolineato che i pregiudizi vanno estirpati con decisione, perché nessuno deve sentirsi escluso o trattato come cittadino di serie B. “Nessuno”, aveva ammonito, “è autorizzato a calpestare la dignità e i diritti degli altri”.
Alla vigilia del Giubileo dei Rom, Sinti e Caminanti, presieduto da Papa Leone XIV, siamo chiamati a dare sostanza a quelle parole, trasformandole in impegni concreti. La celebrazione di questo evento deve rappresentare un punto di svolta verso una società più giusta, inclusiva e realmente fraterna. Garantire a queste comunità una partecipazione effettiva in ogni ambito, dall’istruzione al lavoro, dall’abitare alla vita pubblica, significa riconoscerne la piena cittadinanza e restituire loro la dignità che spetta a ogni essere umano. Guardare al popolo gitano con occhi liberi da antichi ed errati retaggi, attraverso il prisma della fraternità, è un dovere morale e civile. Solo così potremo costruire una convivenza fondata sul rispetto reciproco e sulla consapevolezza che la diversità non divide, ma arricchisce la nostra comune umanità.

