Come ogni anno, il 13 ottobre si celebra la Giornata internazionale per la riduzione dei disastri naturali, istituita dalle Nazioni Unite, con l’intento di sensibilizzare governi e cittadini sull’importanza della prevenzione e della gestione dei rischi. Cercando su Google, alla ricerca della frase “Giornata mondiale sui rischi naturali”, negli obiettivi generali, si può leggere: aumentare la consapevolezza, informare il pubblico e le comunità sui rischi naturali e sui loro impatti sempre più significativi; promuovere la prevenzione: incoraggiare azioni concrete per prevenire e ridurre l’esposizione ai disastri; sensibilizzare i governi: sottolineare l’urgenza di politiche e investimenti nella protezione civile e nella gestione dei rischi.
Frasi molto importanti e di sicuro effetto, eppure il comportamento dei cittadini e dei governi, molto spesso non si allinea affatto con tali enunciazioni. Anzi! Le calamità naturali sono sempre più frequenti e intense a causa dell’acclarato cambiamento climatico. Ma proprio per questo è necessario che ci si muova su due direzioni prevalenti: la prima riguarda la necessità di attivare la consapevolezza sull’aumento della frequenza dei disastri naturali che obbliga ad una preparazione adeguata perché in tal modo di possono salvare vite e ridurre i danni economici e ambientali; la seconda, invece, impone la promozione di una cultura della prevenzione, coinvolgendo attivamente sia i cittadini che le istituzioni.
Eppure, di disastri naturali ne avvengono con una frequenza che non può passare inosservata o, purtroppo come accade, dimenticata.
Come non ricordare la sequenza sismica iniziata il 24 agosto 2016 del centro Italia (il 30 ottobre la scossa più forte di magnitudo 6.5 Richter) e proseguita il 18 gennaio 2017 con una nuova sequenza di quattro forti scosse di magnitudo superiore a 5 ed epicentri localizzati a confine con l’Abruzzo (e la valanga di Rigopiano, tragedia su tragedia). Questo insieme di eventi provocò in tutto circa 41 000 sfollati, 388 feriti e 303 morti. E che dire dell’alluvione del 15 settembre 2022 che ha interessato le Marche, dall’Appennino centrale fino a Senigallia, provocando morti e diverse centinaia di milioni di euro di danno? E come non ricordare che un anno dopo, a maggio 2023, l’Emilia Romagna, la Toscana e nuovamente le Marche sono state oggetto di un devastante evento alluvionale che ha piegato l’economia di quelle zone? E come dimenticare la tempesta Vaia del 2018 che ha abbattuto intere foreste di larici nell’alto bellunese con ripercussioni in Austria, Svizzera, Francia e Croazia? E l’alta marea del novembre 2019 quando a Venezia la marea ha raggiunto i 187 cm sul medio mare?
Ma l’elenco sarebbe lunghissimo: Ischia, Campi Bisenzio, ecc. solo per citarne alcune. Volendo, possiamo anche azzardarne altre (sperando di non aver ragione: Campi Flegrei; Sulmona; ecc.). Cosa possiamo fare? Cosa dobbiamo fare? Una cosa è certa. Non potendo ancora prevedere l’occorrenza di un evento calamitoso (forse con l’IA si riuscirà a farlo, ma quando?) sicuramente dovremmo ragionare sul come ridurre gli effetti – sapendo comunque che il rischio zero non esiste – lavorando sulla prevenzione da attuare soprattutto in quei periodi di “tranquillità”.
Ma allora perché non ci adopriamo per farlo? Perché aspettiamo sempre di agire durante l’emergenza e non ci muoviamo mai cercando di anticipare la messa in sicurezza del territorio e della vita umana proprio quando non corriamo dietro all’emergenza?
Già ho avuto modo di parlare dell’Italia che si sfascia ai disastri e delle cause della nostra “connivenza” e volendo possiamo anche essere estremamente severi nel dire che questo deriva dalla sommatoria di più concause quali l’incapacità degli amministratori di adoperarsi per lavorare prioritariamente sulla messa in sicurezza del territorio; l’incompetenza dei tecnici pianificatori che a volte sottostimano il pericolo; l’insensibilità della politica, che purtroppo deve e vuole, rispondere a richieste che possano portare consensi e, non ultimo, l’ignoranza della cultura geologica, perché la conoscenza delle problematiche sicuramente permetterebbe di ricorrere ai ripari prima che queste siano irrisolvibili. Festeggiare la ricorrenza della Giornata internazionale per la riduzione dei disastri naturali non è sufficiente, bisogna fare presto e sul serio. Come disse un grande scienziato, scomparso da poco, “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma è l’illusione della conoscenza”. Grazie Stephen Hawking!

