Giornata Mondiale Prevenzione del Suicidio: tema che troppo spesso resta nell’ombra

Foto di Akhil Nath su Unsplash

Il suicidio rappresenta una delle più gravi emergenze sanitarie globali, con un tasso di mortalità che si attesta intorno ai 14,5 casi ogni 100mila abitanti. Una cifra che, oltre a quantificare un dato epidemiologico, racconta una perdita inaccettabile di vite umane. È un dramma che attraversa silenziosamente ogni società, indipendentemente dal livello di sviluppo, e che merita una risposta concreta, strutturata e coordinata. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il suicidio è oggi tra le principali cause di morte tra gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni, rappresentando la seconda o terza causa di decesso in questa fascia d’età nei Paesi industrializzati. Ma non si limita ai giovani: il suicidio rientra tra le prime venti cause di morte a livello globale, coinvolgendo tutte le età e attraversando ogni strato sociale.

Di fronte a questi numeri, il nostro dovere come professionisti, ma più in generale come comunità, è quello di non restare indifferenti. È proprio per questo che, dal 2003, il 10 settembre è stato istituito come Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio. Non si tratta di una mera ricorrenza simbolica, ma di un’occasione essenziale per richiamare l’attenzione su un tema che troppo spesso resta nell’ombra. La prevenzione del suicidio richiede strategie articolate, che vadano ben oltre l’intervento clinico sul singolo individuo. Serve una mobilitazione sociale e culturale che ponga al centro la tutela della vita nella sua interezza, in tutte le sue fragilità e complessità. Serve promuovere una maggiore alfabetizzazione emotiva e psicologica, sviluppare reti di ascolto, garantire l’accessibilità ai servizi di salute mentale e, soprattutto, creare un contesto in cui chiedere aiuto non sia vissuto come un atto di debolezza, ma come un segno di consapevolezza e coraggio.

Il suicidio, a differenza di molte altre cause di morte, può essere prevenuto. I segnali di allarme esistono e possono essere riconosciuti, i fattori di rischio, psicologici, sociali, ambientali, sono noti e possono essere intercettati in tempo. Tuttavia, questo è possibile solo se esiste una comunità vigile, attenta, formata e pronta a intervenire. Il compito della psichiatria, e della medicina in generale, è anche quello di promuovere una cultura del rispetto della sofferenza, combattendo lo stigma che ancora oggi grava sulla salute mentale. Ma ogni cittadino, ogni istituzione, ogni famiglia ha un ruolo nella costruzione di un sistema di protezione della vita umana.

Oggi, purtroppo, viviamo un momento in cui le crisi personali e collettive si fanno sempre più frequenti, è urgente rimettere al centro il valore della persona, non solo come portatrice di bisogni, ma come soggetto da accompagnare e sostenere nel suo percorso di esistenza. Il suicidio non è mai una scelta: è spesso l’epilogo tragico di un dolore profondo e non ascoltato. È nostro dovere, come società, fare in modo che quel dolore trovi spazio per essere riconosciuto, accolto e curato. Tutelare la vita non è solo un imperativo morale: è una responsabilità concreta, quotidiana e condivisa.

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