Il 5 giugno si celebra la Giornata Internazionale dell’Ambiente. Istituita nel 1972 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con lo slogan “Only one earth” (“Una sola Terra”), è un importante momento di confronto su temi come la protezione degli ecosistemi o la biodiversità e l’urgente necessità di combattere i cambiamenti climatici. Nel 2026, i lavori si terranno in Azerbaigian (paese per il quale i combustibili fossili sono importanti e, proprio per questo, oggetto di accesi dibattiti quando ospitò la COP29). Centinaia gli incontri, i meeting, le manifestazioni previsti in tutti e cinque i continenti. Purtroppo, finora a queste azioni di sensibilizzazione e alle promesse dei governi non sono seguite misure concrete.
La temperatura media globale ha già superato il limite previsto nel 2015 dall’Accordo di Parigi (1,5°C in più). Ma in alcune zone, come i paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo, l’aumento è ben maggiore. Secondo il rapporto European State of the Climate 2025 del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine ECMWF (gestisce il Servizio per i cambiamenti climatici di Copernicus) e dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia OMM, a partire dagli anni Ottanta, l’Europa si sta riscaldando a un ritmo che è quasi il doppio rispetto alla media globale. Il 14 gennaio, anche la NASA aveva emesso un comunicato nel quale confermava l’aumento delle temperature medie globali della superficie terrestre nel 2025.
Eppure, quando si parla di ambiente, quasi mai si parla dell’impatto sull’ecosistema che hanno le guerre (e, in generale, la preparazione per combatterle). Le Nazioni Unite parlano di “170 conflitti armati” per i quali i governi spendono montagne di miliardi di dollari (e di euro) in armi e armamenti. How conflict impacts our environment | United Nations Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, i “conflitti armati disturbano gli ecosistemi, esauriscono le risorse naturali, inquinano l’ambiente e mettono a rischio la salute del nostro pianeta per le generazioni a venire”. Le zone di conflitto sono causa di deforestazione, sistemi idrici inquinati e degrado a lungo termine del territorio, oltre che di perdita della fauna selvatica e degli habitat naturali. Anche la bramosia di essere pronti per una (improbabile) guerra futura ha distolto l’attenzione dagli obiettivi climatici.
L’impatto delle guerre sull’ambiente è noto da decenni: in Siria, nello Yemen, in Afganistan, in Kuwait. Durante la prima Guerra del Golfo, nel 1991, vennero incendiati o distrutti centinaia di pozzi petroliferi in Kuwait. Gli effetti sulla qualità dell’aria di tutto il pianeta furono incalcolabili: 500mila tonnellate di inquinanti al giorno vennero sparse nell’ambiente.
Più di recente, in Ucraina, uno studio ha calcolato che, nei primi 18 mesi di guerra, sono state emesse circa 77 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. La causa sono le bombe, gli incendi e l’enorme quantità di carburante utilizzato da carri armati, aerei da guerra e convogli militari. E poi i danni alle reti energetiche, ai siti industriali e ai depositi di carburante sotto attacco. Anche i droni, ormai così diffusi, hanno un impatto non indifferente sull’ambiente.
A Gaza, il suolo, l’acqua e l’aria sono completamente degradati. In molte zone le strutture di gestione delle acque reflue e dei rifiuti solidi sono collassati. Il bombardamento sistematico e continuo di edifici, strade e infrastrutture ha generato milioni di tonnellate di detriti, alcuni dei quali contaminati da ordigni non esplosi, amianto e altre sostanze pericolose. Per non parlare delle emissioni di aerei, carri armati e veicoli militari di ogni genere: nella Striscia di Gaza e negli altri paesi attaccati dall’esercito israeliano, potrebbero servire decine di miliardi di dollari e decine d’anni per riportare la situazione alla normalità (ammesso che i danni non siano già permanenti). Anche alcuni resoconti del conflitto tra Stati Uniti d’America e Israele contro l’Iran parlano di gravi conseguenze sull’ecosistema: più di cinque milioni di tonnellate di CO2 equivalenti rilasciate in solo due settimane. Il doppio di quelle emesse da paesi come il Ruanda o il Lesotho o le Maldive, in un anno.
Eppure nel Protocollo di Kyoto del 1997 e nell’Accordo di Parigi del 2015, le azioni militari sono state escluse dal calcolo delle emissioni di sostanze dannose per l’ambiente. Alcuni parlarono di motivi di sicurezza nazionale. Altri, la maggior parte, preferirono non dire nulla. La realtà è che, da sempre, nessuno vuole ammettere che le guerre (e tutto ciò che ruota loro intorno) hanno un impatto enorme sull’ambiente. E ai paesi responsabili di queste emissioni non conviene dover ammettere i danni che provocano sull’ambiente. Ma le prove di questi effetti esistono. Le immagini satellitari ad alta risoluzione della NASA, dell’ESA e del programma Copernicus mostrano impennate di CO2 e metano provenienti da depositi di petrolio in fiamme, foreste estese bruciate e bombardamenti nelle zone di guerra. Queste immagini sono la prova del legame che esiste tra guerra e danni all’ambiente. Enormi nuvole di polvere che si addensano sopra le aree dove sono in atto conflitti armati. I sensori di qualità dell’aria hanno rilevato picchi di inquinamento che a volte si estendono a migliaia di chilometri dai luoghi di conflitto. Spesso, anche dopo la fine dei conflitti, il problema rimane: ricostruire case, scuole, ospedali, ponti, centrali elettriche e reti di trasporto richiede enormi quantità di materie prime e risorse energetiche. Anche questo ha un impatto considerevole sull’ambiente. A volte, le emissioni per la ricostruzione superano quelle durante i combattimenti.
Alcuni hanno definito l’effetto delle guerre sull’ambiente un “ecocidio”. Eppure, nessuno dice niente dei danni che i conflitti armati provocano sull’ambiente. Tanto meno si fa qualcosa di concreto per risolvere il problema. I cittadini sono costretti a enormi sacrifici per non causare danni permanenti all’ambiente. I governi e i loro eserciti no. É quello che alcuni hanno chiamano divario delle emissioni militari: una sorta di vuoto normativo e ambientale sull’impatto che hanno scelte politiche che non sempre è facile comprendere né tanto meno giustificare. Ma di tutto questo non parla nessuno. Neanche in occasione della Giornata internazionale dell’Ambiente.

