Francesco, il Papa della prossimità

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Papa Francesco Foto @ GIULIANO DEL GATTO

“Cari fratelli e sorelle, buona sera”. Tutti sanno che il suo pontificato è cominciato così, con queste parole e forse non è esagerato dire che è finito con quelle parole che ha scritto nel suo messaggio pasquale di ieri: “Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano”. Infatti, io trovo questo principio di umanità alla base di quelle sue prime parole da vescovo di Roma, come disse lui, o da papa, come diciamo tutti noi. Infatti, in quella scelta, “cari fratelli e sorelle, buona sera”, c’è la determinazione a mettere al centro del suo dire, del suo comunicare, il principio di umanità. Ma questo principio richiede una teologia, un’ecclesiologia, una sociologia, una filosofia, una visione insomma, che si sostanzia in tantissime scelte, in tantissime indicazioni; ma ci sono due tratti costanti che a mio avviso fanno del linguaggio una chiave importante per capire, per leggere l’enorme successo nei cuori di tantissimi, al di là dell’ appartenenza o non appartenenza alla Chiesa e in certo senso direi che dovremmo prestare particolare attenzione, per capirne la rilevanza, in particolare tra chi si ritiene o definisce secolarizzato. Questi due tratti sono la prossimità e la poesia.

La prossimità è, nella profondità, l’anima della sua enciclica “Fratelli tutti”; è questa prossimità che l’ha resa l’enciclica di un popolo di uomini e donne smarriti e confusi nei marosi di un tempo che spaventa: quando il barometro segna tempesta è istintivo chiudere porte e finestre, tirar giù tapparelle, ma in questa istintiva chiusura tutti percepiamo il prodotto di un’emergenza, di un pericolo, mentre vorremmo poter tornare ad aprire le nostre finestre e così tornare a vedere il mondo intorno a noi. Ecco, Francesco, con il suo linguaggio di prossimità è uscito nella tempesta, le sue parole ci sono venute incontro, con la semplicità disarmante della verità; ci invitavano a considerare che al di là dell’istinto dobbiamo ricordarci che “nessuno si salva da solo”. Schivato il disastro avremo bisogno di auto, di acqua, di pane, di coperte, di medici, di infermieri, di muratori, di persone semplici, come noi, pronte a soccorrerci, ad aiutarci: “fratelli tutti”.

Così quella che ci sembra utopia diviene concretezza, diviene bisogno urgente, che qualcuno in carne ed ossa ci porterà, per ricominciare a vivere la vita, insieme, da soli è impossibile. Nessuno si salva da solo, in realtà. E’ proprio così. Ecco allora che la sua forza è quella dell’unione, del nostro bisogno dell’altro, non solo degli altri, ma dell’Altro. Le nostre idee senza altre idee, il nostro lavoro senza altri lavori, i nostri costumi senza altri costumi, il nostro mondo senza altri mondi: cosa sarebbero? Qui interviene il secondo tratto proprio, fondativo del suo modo di esprimersi, di comunicare, e di essere: la poesia. Senza la poesia saremmo “un frutto secco”, ha scritto recentemente, e la poesia è stata il vettore che lo ha portato sovente a raggiungerci, a entrare dentro ciascun di noi, in un caso o nell’altro, quando abbiamo prestato attenzione, quel linguaggio poetico ci ha risvegliato alla vita, facendo di noli dei frutti non secchi.

Per spiegare cosa intendo dire mi torna in mente il suo discorso a Ur dei Caldei, quando riuscì a coronare il sogno di tanti papi di visitare i luoghi di Abramo. In quell’occasione disse tra le altre queste parole intrise di poeticità, senza la quale la forza vitale si secca nei calcoli, nei paradigmi, nella rinuncia all’utopia che nelle tabelle notarili, in ciascun computo aritmetico non può avere spazio: “Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle. In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi. E oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra Guardiamo il cielo. Contemplando dopo millenni lo stesso cielo, appaiono le medesime stelle. Esse illuminano le notti più scure perché brillano insieme. Il cielo ci dona così un messaggio di unità: l’Altissimo sopra di noi ci invita a non separarci mai dal fratello che sta accanto a noi. L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Ma se vogliamo custodire la fraternità, non possiamo perdere di vista il Cielo. Noi, discendenza di Abramo e rappresentanti di diverse religioni, sentiamo di avere anzitutto questo ruolo: aiutare i nostri fratelli e sorelle a elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo. Tutti ne abbiamo bisogno, perché non bastiamo a noi stessi. L’uomo non è onnipotente, da solo non ce la può fare. E se estromette Dio, finisce per adorare le cose terrene. Ma i beni del mondo, che a tanti fanno scordare Dio e gli altri, non sono il motivo del nostro viaggio sulla Terra. Alziamo gli occhi al Cielo per elevarci dalle bassezze della vanità; serviamo Dio, per uscire dalla schiavitù dell’io, perché Dio ci spinge ad amare. Ecco la vera religiosità: adorare Dio e amare il prossimo. Nel mondo d’oggi, che spesso dimentica l’Altissimo o ne offre un’immagine distorta, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà, a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità”.

Quella frase, “l’oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello” è difficile da spiegare, ma è un incrocio poetico di significati, di messaggi, di riconoscimenti, di inviti, di rimandi, di fascinazione, che solo la poesia può unire, risvegliare, contenere, dirci. E’ la semplicità della prossimità complessa, non spiegata ma lasciata entrare, con la forza che il risveglio ha per ciascuno, diversamente. Tutto si risveglia con questa comunicazione, e non ci sono confini a separarci, come nella prossimità di quel “buona sera”.

Oggi che mi trovo nella inaspettata e dolorosa condizione di pensare che il papa della prossimità e della poesia non c’è più a parlarmi con prossimità e poeticità, quelle caratteristiche che tanto mi aiutavano nella vita quotidiana a capire me stesso e il mondo, è più forte la certezza che queste due scelte profonde hanno a mio avviso segnato il suo magistero per chiunque lo abbia ascoltato, per chiunque  abbia cercato qualche volta di capire perché lui sia diventato il leader morale globale, in questo mondo smarrito. Probabilmente c’è un terzo tratto, il buon umore. Il suo continuo, reiterato appello a non perdere mai il buon umore oggi non potrò seguirlo, perché Jorge Mario Bergoglio per me era un compagno della mia vita e nella mia vita. E prevale un senso di solitudine; io oggi sento che mi accompagnerà a lungo.

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