Guardare la Terra dal finestrino delle navicelle spaziali è una tradizione che è stato iniziata da Yuri Gagarin il 12 aprile 1961 quando ha avuto il privilegio di essere il primo esser umano a descrivere un’orbita completa interno alla Terra.
In tutto si era trattato di 108 minuti dal lancio, alle prime luci dell’alba dalla base di Baikonur, all’atterraggio a nord del mar Caspio. In effetti Gagarin, come i cosmonauti che lo hanno seguito, ha aperto lo sportello della Vostok e si è paracadutato perché non era affatto sicuro che la capsula riuscisse ad atterrare senza schiantarsi. La missione era stata programmata in modo che tutto si svolgesse automaticamente. Più che un pilota, Gagarin era un passeggero che doveva riferire alla base come il suo corpo reagisse alle diverse parti del viaggio spaziale dall’accelerazione alla partenza, all’assenza di gravità in orbita. Le conversazioni tra Yuri e le stazioni si terra sono del tipo sto bene, va tutto bene, ma poi aggiunge vedo la Terra ed è bellissima. Yuri aveva dovuto insistere perché la capsula avesse almeno un piccolo finestrino. Ai progettisti sembrava una inutile complicazione, dopo tutto lo scopo del volo era solo dimostrare che un essere umano poteva sopravvivere al lancio e poi all’assenza di gravità (attenzione che la forza di gravità c’è sempre, semplicemente viene compensata -e annullata- dal moto della navicella).
In 65 anni passati dalla prima orbita di Gagarin molto è cambiato nelle missioni spaziali, ma il fascino dei panorami terrestri rimane un comune denominatore per tutti gli esseri umani che hanno passato ore, giorni settimane o mesi nello spazio. Tutti gli occupanti della ISS dichiarano che il posto preferito per rilassarsi durante il tempo libero è stata la cupola (costruita in Italia) che permette di ammirare la Terra. Uno spettacolo che cambia continuamente man mano che la stazione descrive le sue orbite.
Non è un caso che gli astronauti della missione Artemis II abbiano avuto l’autorizzazione della NASA a portare con loro iphone di ultima generazione per fare foto. E le visioni della Terra hanno cominciato a fioccare subito condivise dalla NASA che le ha messe a disposizione del pubblico. Prima hanno ritratto la Terra, poi è stata la volta della Luna. Ogni foto ha il nome dell’autore cioè di uno dei quattro astronauti: il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e gli specialisti di missione Christina Koch e Jeremy Hansen, quest’ultimo dell’Agenzia Spaziale Canadese. Christina è la prima donna a partecipare ad una missione lunare, ma anche Victor Glover e Jeremy Hansen hanno un primato di cui andare fieri. Victor è il primo afroamericano e Jeremy il primo non statunitense.
Christina è l’unica componente dell’equipaggio ad avere alle spalle una carriera di scienziata, con due stagioni (una invernale ed una estiva) in Antartide, ma ha anche il record femminile di permanenza nello spazio con 328 giorni consecutivi sulla ISS. Tanto lei che Victor Glover sono entrati nel corpo degli astronauti a giugno 2013 quando è stata presentata la 21a classe di astronauti che ha rappresentato una piccola rivoluzione perché, per la prima volta, le donne erano la metà del gruppo di 8 persone selezionate da oltre 6.000 domande.
Peccato che Sally Ride, la prima astronauta americana, non abbia potuto festeggiare perché uccisa dal cancro nel 2012. Sally era stata selezionata nel 1979 come specialista di missione, proprio come Christina, ma non tutti i colleghi l’avevano fatta sentire benvenuta. Erano ancora in molti a pensare che le donne non fossero adatte alla carriera di astronauta. Per fortuna questo pregiudizio è scomparso e Christina Koch si è auto-dichiarata idraulico spaziale per fare funzionare la toilette della capsula Orion. Nello spazio, oltre ai meravigliosi panorami, ci sono problemi molto terra-terra.

