Fiscal Drag: di cosa si tratta e qual è la portata del fenomeno

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“Non mi sentii imprigionato neppure per un momento, e i muri mi sembrarono un grande spreco di pietra e di malta. Mi sentivo come se io solo, fra tutti i miei concittadini, avessi pagato la mia tassa.” (Henry David Thoreau)

Fiscal Drag, chi è costui? Sì lo so, non sto parlando di una persona ma iniziare un ragionamento parafrasando Don Abbondio era una tentazione fortissima perché il Fiscal Drag è un concetto che, negli ultimi tempi, è stato spesso nominato ma poco compreso, forse anche dagli stessi che ne denunciavano l’effetto; nel dibattito politico italiano, infatti, esiste una singolare tendenza a scambiare la febbre con l’infezione, soprattutto quando si parla di economia e in particolar modo quando si tocca l’argomento inflazione. Ogni volta che l’indice dei prezzi al consumo registra una “fiammata” verso l’alto, la discussione pubblica, oltre alle preoccupazioni relative al potere d’acquisto, comincia a discutere, anche con giuste lamentele, sul cosiddetto fiscal drag, che è quel meccanismo secondo cui, in presenza di inflazione, gli aumenti salariali nominali ottenuti per conservare il potere d’acquisto spingono i lavoratori verso scaglioni di reddito superiori, traducendosi in un aumento automatico dell’aliquota media reale.

Risultato? Lo Stato incassa un extra-gettito silenzioso senza che il Parlamento abbia dovuto votare alcuna nuova imposta o inasprimento delle aliquote, mentre il reddito netto dei contribuenti sconta un’ulteriore erosione.

Fermarsi a questa dinamica spesso in polemica verso la maggioranza di governo di turno, però, significa cogliere il problema soltanto in superficie, come guardare il dito mentre si punta la Luna, poiché ridurre la diagnosi sulla stagnazione reddituale a una semplice questione di mancata indicizzazione delle tabelle fiscali rischia di trasformarsi in un comodo alibi, sia per chi governa sia per le parti sociali, quando la realtà è ben più complessa e riguarda la struttura stessa del sistema di prelievo sui redditi da lavoro.

Andiamo con ordine, però, visto che per capire quale sia la reale portata del fenomeno occorre prima correggere il vero errore di fondo di gran parte della narrazione corrente che risiede nell’incapacità di scindere l’inflazione vera e propria, fenomeno rigorosamente monetario e che deriva dal disallineamento tra domanda e offerta di moneta, dalle fluttuazioni dei prezzi provocate da shock d’offerta. Quando la stampa e certa letteratura economica identificano la perdita di potere d’acquisto della moneta con il mero rincaro spot dei beni di consumo o delle materie prime energetiche sui mercati, diffondono un concetto completamente errato perché se a livello microeconomico l’effetto reddito immediato per le famiglie può apparire sovrapponibile, l’impatto sulla struttura del sistema è radicalmente diverso: un conto è la svalutazione della divisa causata da politiche monetarie espansive, un altro è il riallineamento dei prezzi relativi guidato da scarsità fisiche o tensioni geopolitiche.

Questa visione, palesemente non corretta, viene, poi, avvalorata dalla rappresentazione distorta degli indici sintetici di rilevazione. I panieri statistici faticano a cogliere l’effetto sostituzione tra beni, così come l’impatto dei servizi “a pacchetto” e dei mutamenti qualitativi dell’offerta, restituiscono un’immagine alterata del costo della vita. Più che misurare la perdita di potere d’acquisto della divisa, questi indici finiscono così per amplificare lo scollamento tra la struttura reale dei consumi e il principale parametro prescelto per calibrare i rinnovi salariali.

Da qui deriva l’errore prospettico più comune commesso dalle analisi sindacali e da parte della politica che va a indicare come il drenaggio fiscale agisca in modo omogeneo su tutta la popolazione contribuente quando, invece, la curva effettiva del prelievo in Italia, la realtà contabile, smentisce completamente questa narrazione.

“Perché?” è la domanda che sorgerebbe in qualunque osservatore attento a questo punto. La risposta risiede proprio negli interventi di politica fiscale redistributiva che si sono stratificati nel tempo, dall’estensione della no-tax area al potenziamento delle detrazioni da lavoro dipendente, fino alle misure di abbattimento del cuneo contributivo per le retribuzioni inferiori ai 35.000 euro, che hanno di fatto azzerato l’incidenza netta dell’IRPEF sui redditi bassi. Parliamo di interventi che hanno coinvolto una platea vastissima di contribuenti il cui reddito imponibile resta protetto dalle soglie di esenzione o ampiamente compensato da trasferimenti diretti: l’impatto del fiscal drag sull’imposta personale sui redditi, quindi, è sostanzialmente nullo su di essi. La perdita di potere d’acquisto per queste fasce deriva, semmai, dalla tassazione indiretta sui consumi, dove il gettito nominale IVA cresce a fronte di volumi di acquisto invariati o in lieve diminuzione.

Chi paga veramente il conto di questo drenaggio è quel comparto di lavoratori dipendenti qualificati, quadri, tecnici, professionisti e docenti collocati nella fascia di retribuzione lorda compresa tra i 28.000 e i 55.000 euro. Potremmo definirli il vero mulo da soma del bilancio pubblico italiano, cioè una classe media, numericamente rilevante e integralmente tracciata, destinata a sostenere la quota maggioritaria del gettito dell’imposta reddituale; su di essi si va a scaricare buona parte del peso del fisco in un vero e proprio cortocircuito che è la parola, per quanto abusata, che definisce meglio lo scenario dove il superamento delle soglie reddituali minime preclude l’accesso ai bonus, ai sussidi mirati e alle agevolazioni per i servizi pubblici locali legate all’indicatore ISEE e ogni incremento reddituale nominale va a impattare direttamente contro l’aliquota marginale prevista dalla progressività IRPEF.

Questo, al di là delle discussioni da talk show o da polemica politica, è il punto centrale del problema che impatta direttamente sul sistema economico distorcendo il mercato del lavoro e deprimendo la produttività complessiva del Paese dagli anni Novanta a oggi.

Tecnicamente il sistema fiscale italiano punisce il rendimento marginale dello sforzo con una pendenza della curva d’incidenza che non trova riscontro nelle principali economie occidentali. Il passaggio dal primo al secondo scaglione comporta un balzo immediato di dodici punti percentuali, collocando l’aliquota marginale al 35% già a partire da 28.000 euro di reddito lordo, per poi toccare la soglia del 43%, che supera agevolmente il 47% se si addizionano le aliquote locali, appena raggiunti i 50.000 euro. Questo si configura come un preciso disincentivo alla crescita e all’ambizione individuale al di là della questione relativa alla contabilità pubblica.

Prendendo ad esempio la struttura a scaglioni ampi e progressivi adottata negli Stati Uniti o in altri ordinamenti europei, dove le aliquote più elevate si applicano solo a livelli di reddito nettamente superiori alla media nazionale, si vede immediatamente come il modello italiano abbia una natura regressiva nei confronti del merito. Quando un lavoratore valuta l’opportunità di assumere maggiori responsabilità, investire nella propria formazione o accettare una promozione a fronte di un prelievo marginale effettivo che, tra perdita di benefici e aliquote nominali, assorbe oltre la metà dell’aumento concordato, la scelta razionale virerà spesso verso il disimpegno difensivo e un discorso analogo potrebbe essere fatto per un lavoratore autonomo o un libero professionista (che, però, hanno anche la valvola di sfogo del “nero” che un dipendente solitamente non ha, a voler essere maligni).

La recente revisione della struttura IRPEF su tre aliquote, per quanto abbia semplificato il sistema e portato un vantaggio sensibile ai redditi più bassi, non ha permesso di risolvere questo problema che non è affatto secondario, limitandosi a concentrare i benefici marginali sulla prima soglia e lasciando intatto il macigno che grava sui redditi medi. Sicuramente è stata un inizio, rappresentando uno shock importante in un sistema che, precedentemente, aveva visto solo aggravi ma senza una riprogettazione complessiva della curva che distribuisca la progressività su scaglioni più graduali ed estenda l’aliquota massima ben oltre i livelli attuali, la struttura dell’IRPEF rimarrà un ostacolo alla crescita perché un’imposta che tassa duramente il primo euro di guadagno incrementale della classe media finisce unicamente per deprimere la crescita del capitale umano e la competitività dell’intero sistema economico.

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