I fattori che potrebbero spiegare le re-infezioni

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Nell’ambito della memoria immunologica a lungo termine, un recente studio (Moore T e altri) ha valutato la risposta delle cellule B della memoria specifica verso SARS-CoV-2 dopo l’infezione naturale e dopo la vaccinazione. I dati sperimentali hanno mostrato che, indipendentemente dalla gravità della malattia, i soggetti sierologicamente positivi presentavano evidenti risposte legate alle cellule della memoria che si mantenevano fino a 6 mesi dopo l’infezione.

I soggetti vaccinati presentavano anch’essi significative risposte anticorpali verso la proteina spike che però diminuivano nel tempo, pur perdurando fino a 6 mesi dalla vaccinazione. Il confronto sull’attività di diversi interferoni umani nei confronti delle varianti di SARS-CoV-2, è stato oggetto di una ricerca che ha testato 17 diversi tipi di interferone contro la variante ancestrale Wuhan, le varianti Alfa, Beta, Gamma, Delta e Omicron. I risultati ottenuti indicano che, rispetto ai virus ancestrali, le successive varianti di SARS-CoV-2 presentano una maggiore resistenza all’interferone, il che potrebbe avere implicazioni nell’aumentare la trasmissibilità e/o la letalità di queste varianti. Lo studio ha anche indicato quale sottotipo di interferone potrebbe avere maggior successo nel trattamento delle infezioni precoci sulla base della variante implicata.

Una ricerca ancora non pubblicata e presente nelle piattaforme ha valutato l’efficacia di una precedente infezione da SARS-CoV-2 nel prevenire le reinfezioni con le sotto varianti Omicron 4 e 5. È risultato, dall’analisi dei dati sperimentali, che la protezione conferita da una precedente infezione nei confronti della reinfezione da Omicron 4 e 5, è modesta, quando l’infezione precedente era causata da una variante pre-Omicron, ma risultava forte quando la precedente infezione coinvolgeva le sotto varianti Omicron 1 e 2. Se confermato, questo risultato avrà una forte implicazione epidemiologica per spiegare le re-infezioni.

E’ interessante ricordare che su questo stesso argomento c’è stato un autorevole commento che ha sottolineato come la precedente infezione da Omicron protegga dalle varianti Omicron 4 e 5, a conferma di quanto già riportato nell’articolo precedentemente commentato. E’ noto che l’impiego degli anticorpi monoclonali, che neutralizzano SARS-CoV-2 sono in grado di ridurre le forme gravi, l’ospedalizzazione e l’evento morte per COVID-19. La comparsa però di nuove varianti può determinare una minore efficacia di questi anticorpi per la presenza di mutazioni nello spike virale. Un’approfondita revisione critica  sull’impiego dei monoclonali casirivimab-imdevimab e tixagevimab-cilgavimab nella terapia di COVID-19, è stata effettuata alla luce dei dati di letteratura più recenti in cui vengono, per i singoli monoclonali, riportati i risultati del loro impiego nella pratica clinica.

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