Fase 2, la collisione Stato-Regioni

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Tra le tante conseguenze che la pandemia sta causando alla nostra vita collettiva, ce n’è una che è tanto importante quanto fonte di polemiche: il rapporto tra il Governo e le Regioni. Un rapporto messo a durissima prova sia dall’emergenza sanitaria che da quella economico-produttiva. A ben vedere il Coronavirus fa riemergere nel modo più eclatante quello che già avveniva da anni e che conoscono benissimo gli addetti ai lavori: il precario modello para-federalista previsto dalla riforma del Titolo V della Costituzione varata dal centrosinistra nel 2001, governo Amato, alla vigilia delle elezioni politiche.

Un passo indietro. Quella riforma fu il frettoloso tentativo di un Ulivo in profonda crisi per non perdere il contatto elettorale con le regioni del Nord cui la Lega stava promettendo addirittura la devolution amministrativa, ben più della autonomia rinforzata di cui si parla oggi. Per questa ragione Amato, quasi al termine della legislatura, fece elaborare un progetto di riforma costituzionale in cui alle Regioni veniva concessa una larga autonomia su molte materie in cui addirittura si riconosceva una competenza “concorrente”. Tradotto: data una certa questione da disciplinare per legge, lo Stato si limita a dettare i principi generali mentre la Regione legifera a modo suo rispettando quei principi e la “leale collaborazione istituzionale”. Bene, la “tutela della salute” è (art.117) una “materia concorrente” e, come tutte le altre, in questi vent’anni ha ingolfato gli armadi della Corte Costituzionale per gli innumerevoli conflitti di competenza e di legittimità sollevati ora dalle Regioni contro lo Stato, ora dallo Stato contro Regioni.

Il terreno, insomma, era già ben accidentato allo scoppiare della pandemia. Con una complicazione in più: all’articolo 120 del titolo V, si legge che comunque “lo Stato può sostituirsi a organi delle regioni… in caso di… pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica”. Una pandemia, per esempio. Come si vede, c’erano tutti i presupposti per litigare: ancora una volta la pasticciata riforma del 2001 ha fatto i suoi danni, solo che ora sono più gravi che in qualunque altra circostanza.

Attenzione, poi: finché il virus ha spadroneggiato contagiando decine di migliaia di persone, falciando vite umane, intasando gli ospedali e diffondendo paura, tutto sommato il grado di litigiosità tra Governo e Regioni è stata contenuto, tanto è vero che nessuno ha impugnato le delibere altrui, tantomeno i controversi Dpcm (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) messi sotto accusa dal centrodestra come strumenti di scarsa legittimità costituzionale soprattutto in materia di libertà personali. Ora però che alla paura del virus si sta velocemente sostituendo la paura per la crisi economica, i fallimenti, la disoccupazione, la povertà, il conflitto sta scoppiando in maniera molto più virulenta sulla cosiddetta “Fase 2”: cosa riapriamo, quando riapriamo, chi riparte subito, chi dopo, ecc. Tanto che già il ministro delle Regioni Boccia (PD) evoca lo strumento della “diffida” (secondo la logica dell’art. 127 che disciplina le questioni di legittimità) qualora le Regioni vìolino le norme dell’ultimo Dpcm. Non solo: le Regioni del Nord a guida centrodestra si rivolgono a Mattarella per protestare sulle loro competenze ridotte, e la provincia autonoma di Bolzano annuncia che “andrà avanti passo passo” secondo le sue linee senza tenere in conto i “troppo ristretti margini imposti alla sua autonomia”. Insomma, il rischio è da una parte che ognuno vada per conto proprio con discipline diverse da regione a regione, e dall’altra che si produca un gigantesco contenzioso tra Stato e Regioni. Di tutto abbiamo bisogno in questo momento tranne che vedere medici che litigano tra di loro al capezzale del malato.

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