Fame e guerre: le contraddizioni dell’economia globale

Immagine creata con ChatGtp

Nel suo intervento rivolto ai rappresentanti del Programma Alimentare Mondiale, riuniti a Roma, Papa Leone XIV ha posto una questione destinata a interpellare la coscienza della comunità internazionale: come può un sistema economico continuare a generare le stesse ingiustizie che, successivamente, tenta di attenuare attraverso interventi di emergenza? Non si tratta di una riflessione esclusivamente politica o economica, ma di un interrogativo profondamente etico, che affonda le sue radici nel messaggio evangelico. Il Santo Padre ha evitato di limitarsi alla consueta elencazione dei numeri sulla fame nel mondo. Quelle cifre sono ormai note, ma proprio questa familiarità rischia di renderle incapaci di suscitare indignazione. Il cuore del suo discorso è stato invece l‘individuazione di una contraddizione che attraversa l’attuale ordine internazionale: l’umanità dispone oggi di capacità produttive mai raggiunte in passato e, allo stesso tempo, continua a convivere con povertà estreme e insicurezza alimentare sempre più diffuse. Non è una fatalità, ma il risultato di decisioni politiche, economiche e culturali che rivelano quali interessi vengano realmente privilegiati.

La denuncia del Santo Padre è chiara: il mondo sembra trovare con maggiore facilità le risorse per alimentare i conflitti che quelle necessarie a garantire il diritto al cibo. Mentre gli investimenti militari procedono rapidamente, gli aiuti destinati alle popolazioni più vulnerabili restano spesso bloccati da procedure lente e complesse. È uno squilibrio che tradisce una scala di valori nella quale il potere e il profitto finiscono per prevalere sulla dignità della persona, un tema centrale nella dottrina sociale della Chiesa. Da qui il richiamo al principio fondamentale della visione cristiana dell’uomo: ogni persona possiede una dignità che deriva dall’essere immagine di Dio e che nessuna condizione di povertà o fragilità può cancellare. La fame, quindi, non rappresenta soltanto un’emergenza umanitaria, ma una ferita che interpella la responsabilità di tutti. Quando milioni di persone non hanno accesso al necessario mentre la ricchezza globale continua a crescere, non siamo semplicemente davanti a un difetto dei meccanismi economici. Siamo di fronte al rischio concreto di aver smarrito la capacità di riconoscere nell’altro un fratello e, per il cristiano, il volto stesso di Cristo.

Leone XIV ha poi richiamato l’attenzione sulla crisi del multilateralismo. Le istituzioni nate per favorire la cooperazione tra i popoli faticano sempre più a svolgere il proprio ruolo, mentre molti Stati tendono a privilegiare esclusivamente gli interessi nazionali, relegando la solidarietà internazionale a un impegno secondario. In questo contesto, quella che il Papa definisce una “burocratizzazione della solidarietà” diventa il segno evidente di una comunità internazionale che ha perso un riferimento etico condiviso. La Chiesa, ha ricordato il Pontefice, non pretende di offrire ricette tecniche. Il suo contributo consiste nel proporre un diverso modo di guardare l’uomo e la società: rimettere realmente la persona al centro delle scelte politiche ed economiche, non come principio astratto, ma come criterio concreto di azione. Ciò significa rendere più semplici i percorsi degli aiuti umanitari, eliminare gli ostacoli che impediscono alle risorse di raggiungere chi ne ha bisogno e destinare al bene comune la stessa determinazione che oggi viene riservata alla sicurezza e agli armamenti. Più che un ideale irraggiungibile, questa è una responsabilità che appartiene alla coscienza di ogni uomo e che, per i cristiani, trova il suo fondamento più autentico nel Vangelo.

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