Facebook: molto rumore per nulla

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In questi giorni è salito agli onori di cronaca un nuovo scandalo legato all’uso dei “big data” raccolti dalle piattaforme di social networking.

Il fatto è curioso perché da anni l’uso delle applicazioni informatiche “gratuite” in realtà è pagato dagli utenti con l’accesso ai propri dati che, poi, serviranno per produrre modelli e algoritmi per creare campagne pubblicitarie ad hoc per ogni segmento di popolazione profilato per mezzo di quegli stessi dati ceduti in cambio dell’uso delle applicazioni.

Difficile?

Non proprio, il concetto è lo stesso che sta dietro alle carte fedeltà dei supermercati che permettono di tracciare ogni singolo acquisto da parte dei clienti e di poter strutturare, così, sia gli ordinativi sia le future campagne pubblicitarie e promozionali con una precisione e una efficacia prospettica che, altrimenti, sarebbe impossibile pianificare.

Lo stupore e l’indignazione generale, in questo caso, nascono però dalla disclosure su questo traffico di dati e dal fatto, si potrebbe pensare malignamente, che ad essere coinvolta sia un’azienda legata alla “destra” americana e, in particolare, all’ex chief strategist di Donald Trump, Steve Bannon.

Quello che è successo, alla fine, è abbastanza comune nel commercio dei “big data”, un’app chiamata “thisisyourdigitallife”, che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento basandosi sulle attività online svolte, permetteva l’accesso tramite il Facebook Login, cosa che permetteva ad essa di accedere ai dati personali dell’utente che, in questo modo, si registrava, dall’indirizzo e-mail alla residenza, dai contatti ai like posti su post e pagine, dalle condivisioni alle azioni effettuate sul social network.

Questa modalità di accesso ai dati ha permesso di profilare non solo i circa 270.000 utenti che avevano effettuato il login ma anche buona parte della loro rete di contatti, giungendo, così, a gestire i dati relativi a oltre 50 milioni di utenti.

Fin qui nulla di strano, sono cose che fanno anche i più diffusi “nametest” oltre che a giochi molto conosciuti come “Candy Crush” che basano il proprio business proprio sui dati raccolti dagli utenti e dalle elaborazioni statistiche relative alla segmentazione della popolazione che possono effettuare in questa maniera.

Il vero problema è che “thisisyourdigitallife”, a un certo punto, ha violato le condizioni contrattuali di Facebook cedendo l’intero pacchetto di dati raccolto a Cambridge Analytica, società operante nel settore della consulenza e del marketing on line che proprio Steve Bannon come vicepresidente dal 2014 al 2016 mentre il fondatore, Robert Mercer, è tra i finanziatori del sito di informazione Breitbart News diretto dallo stesso Bannon.

Da qui al sospetto che i dati in questione siano stati utilizzati per influenzare le intenzioni di voto degli americani attraverso una campagna pubblicitaria ad hoc il passaggio è molto breve, soprattutto giudicando le testate che hanno rivelato il “datagate” che non sono mai state tenere con l’attuale Potus e sono da sempre voce dei liberal inglesi e americani, Guardian e New York Times cioè.

A voler ben vedere tutto questo ricorda, nemmeno troppo lontanamente, le accuse verso Berlusconi per il condizionamento che il suo impero editoriale avrebbe potuto esercitare sugli elettori italiani nel corso delle ultime campagne elettorali, cosa che, con il senno di poi, sembrerebbe un’ipotesi completamente campata in aria poiché negli ultimi 24 anni il leader del centrodestra ha governato per soli 9 anni, cioè per meno del 38% del tempo, mentre la fazione avversa, escludendo i governi “tecnici” Dini e Monti, è stata a Palazzo Chigi per oltre il 54% del periodo considerato, un po’ poco per chi era considerato il dominus dell’informazione in Italia in effetti.

Chiusa questa piccola parentesi sui parallelismi con le polemiche passate nel nostro Paese, si può benissimo pensare che senza questo sospetto la questione si sarebbe, credibilmente, chiusa tra le parti in causa poiché l’unico vero illecito sarebbe stato quello commesso dall’app “thisisyourdigitallife” che, contravvenendo alle norme contrattuali di Facebook, rispetto alla raccolta dei dati degli utenti, li avrebbe ceduti a un terzo. Il social network vieta, infatti, ai proprietari di app di condividere con società terze i dati che raccolgono dagli utenti con la possibilità, in caso di violazione, di veder sospesa la possibilità di effettuare il login direttamente dalla piattaforma, cosa che potrebbe inficiare completamente il modello di business se questo fosse basato principalmente sull’elaborazione dei dati così raccolti.

In più parrebbe che la faccenda fosse già nota da tempo poiché Cambridge Analytica stessa si sarebbe “autodenunciata” a Facebook, indicando che quei dati illecitamente raccolti sarebbero stati distrutti, per evitare il ban dalla piattaforma.

Ricostruito il fatto, cosa c’è di scandaloso in tutto questo?

È una domanda pertinente visto che la risposta dovrebbe essere nulla, poiché la disclosure sul valore dei dati e dell’informazione era nota al mondo almeno dall’epoca del film Wall Street di Oliver Stone quando lo stesso Gordon Gekko sentenziò: “Informazioni, non m'importa come, non m'importa dove le ottieni… ottienile…”, questo senza voler nominare gli economisti che se ne occuparono fin dall’epoca dei marginalisti con lo studio dei comportamenti di consumo individuali. .

Facebook, quindi, ha mostrato una falla nei suoi standard di sicurezza?

No, i dati acquisiti dalla sua piattaforma sono stati ottenuti seguendo un preciso protocollo contrattuale, la cessione illecita è avvenuta dopo quando questi erano già in possesso della controparte.

Cambridge Analytica, poi, ha commesso qualche illecito?

Probabilmente no, poiché ha acquistato da un altro soggetto dei dati per implementare il suo sistema di microtargeting comportamentale e strutturare, così, al meglio le campagne pubblicitarie che i suoi clienti potrebbero commissionargli, anche qualora queste avessero un obiettivo politico.

Gli unici ad aver compiuto un illecito, contrattuale, sono stati i gestori dell’app “thisisyourdigitallife” che risponderanno della cosa nelle sedi competenti se Facebook decidesse di procedere legalmente (e visto quello che è accaduto soprattutto sui mercati finanziari ne avrebbe tutte le ragioni).

Il resto è solo rumore, per fare notizia e avere un ritorno da parte dei media. L’uso dei dati personali e il loro commercio continuerà, seguendo le norme che già esistono e sono piuttosto precise, sia in Europa sia negli Usa, e il sistema economico attuale non ne potrebbe mai fare a meno viste le esigenze di personalizzazione sia dei messaggi sia dei servizi che il mercato odierno, cioè la gente che desidera, acquista e consuma, richiede.

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