Gli errori di comunicazione causano confusione e incertezza

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Fa molto discutere la querelle degli ultimi giorni tra i Pro e i No-Vax che riempie le cronache e i dibattiti televisivi ed impegna il governo nel prendere decisioni che a molti però sembrano impopolari.

E’ indubbio che la vaccinazione rappresenti al momento la principale risorsa a disposizione con la quale, oggi, possiamo contrastare il Virus covid-19, ma è altrettanto vero che  non pochi sono stati gli errori fatti in passato nell’ambito della comunicazione, che in larga parte hanno contribuito a creare un senso di confusione e d’incertezza in alcune frange della popolazione. Basti pensare al vaccino Astrazeneca, ad esempio, riservato dapprima a certe categorie e fasce d’età, per poi essere indicato, al contrario, per fasce d’età e di sesso opposte.

La discussione che anima il dibattito e che diviene via via sempre più serrata, riguarda al momento essenzialmente l’eventuale obbligatorietà vaccinale e il conseguente uso del Green Pass per accedere in luoghi come musei, teatri, ristoranti, piscine, senza il quale  l’accesso sarebbe precluso.

Tale provvedimento potrebbe spingersi, secondo alcuni parlamentari, fino ad impedire l’uso dei mezzi pubblici, come bus o metropolitane, o essere addirittura motivo di licenziamento dal proprio luogo di lavoro; una sorta di caccia all’untore di manzoniana memoria.

L'”obbligo” vaccinale, pur se per certe categorie condivisibile come il personale sanitario o scolastico, lascia qualche perplessità nell’estensione all’intera popolazione. Mi riferisco in particolare a quella fascia di età tra i 12 e 20 anni per la quale è dimostrato che l’eventuale contrazione della malattia non porti particolari conseguenze.

Si era partiti infatti con l’assunto che la classe debole fosse, come in realtà è, quella dopo i sessanta anni e ancor più se con patologie associate e che la vaccinazione dovesse in prima istanza mirare a evitare il ricovero ospedaliero a queste fasce d’età o categorie fragili, ancor più se in reparti di rianimazione.

Messo in sicurezza questo gruppo di popolazione e le categorie fragili, resta qualche perplessità sull’obbligo vaccinale dei giovani ancor più se bambini. Non ci sono sperimentazioni infatti, e del resto non ci possono essere, su quali possano essere gli effetti di tossicità a distanza di tali farmaci, soprattutto quelli a mRNA, su queste fasce d’età pediatriche.

Scarso potere di convincimento e nullo interesse scientifico rivestono poi le affermazioni di alcuni virologi, nei talk show, che rivendicano di aver vaccinato i propri figli; non riteniamo pertanto che questa sia la strategia comunicativa da seguire per convincere chi ha ancora una certa, e in alcuni casi motivata, perplessità, né altrettanto vale il terrorismo psicologico o le sanzioni di qualsiasi natura nel convincere gli scettici o gli indecisi.

L’errore fondamentale, infatti, si è fatto nel credere di poter convincere le persone indecise, che sono la maggioranza, e non i “No Vax” che sono ideologizzati, attraverso gli anatemi di alcuni virologi che in tv, in molte occasioni, hanno detto tutto e il contrario di tutto, spesso litigando tra loro e sostenendo più volte  tesi contrapposte che certamente sono servite solamente a creare sfiducia nei cittadini e ulteriore confusione.

Un percorso diagnostico o la proposta di una terapia, infatti, non nasce nei salotti televisivi, ma da un rapporto di stima e di fiducia reciproca tra medico e paziente in un’alleanza terapeutica che “sola” può portare all’accettazione di qualsivoglia atto medico. Tale “patto” viene validato, infatti, dalla firma che il paziente appone sul  “consenso informato”, dopo aver ricevuto tutte le informazioni necessarie su quella terapia o su quell’intervento chirurgico.

In questo particolare momento, al contrario, l’informazione viene data in tv dal virologo o dal politico o ancora dall’opinionista e si rimane quasi “urtati” o si fa finta di non capire  se l’utente non accetta questo tipo d’informazione, passando quindi a provvedimenti restrittivi o ad altri tipi di “minacce”. Ma questo purtroppo è spettacolo e non medicina.

Quanti interventi invalidanti come “ani preternaturali definitivi”, o fortemente demolitivi, anche psicologicamente, come “mastectomie o isteroannessiectomie” sono stati fatti in passato e si fanno ancor oggi senza  minacce, sanzioni o decreti. Come? Semplicemente col dialogo, con la pazienza, l’umiltà, stabilendo quel rapporto di fiducia medico-paziente nel quale non può entrare la spettacolarizzazione o il dibattito fine a se stesso.

In questa fase va ricordato, infatti, come i medici di base siano stati completamente esclusi dalla comunicazione ai propri assistiti; ci si è basati infatti più sulla capacità di convinzione del virologo di turno piuttosto che sulla capacità del medico di famiglia che “solo” può sapere quale è il linguaggio adatto o l’argomento di convincimento che può portare il suo paziente, spesso e a ragione impaurito, ad accettare la somministrazione del vaccino.

Si può veramente credere che al contrario, minacciando, ghettizzando, discriminando si possa ottenere il consenso o piuttosto tranquillizzando, spiegando e dando fiducia?

La problematica ulteriore che emergerà da qui a poco più di un mese, riguarda il ritorno degli studenti sui banchi di scuola. Anche qui non si può non sottolineare quali siano state le carenze di tipo organizzativo da parte di chi, fin dalla chiusura dell’anno scolastico, doveva mettere in sicurezza il rientro dei nostri giovani.

Ci si riferisce in particolare alla mancanza di assunzione di docenti, così da dimezzare il numero di studenti per classe, all’ampliamento delle aule, all’installazione di appositi aspiratori, a tutto ciò, in sintesi, che a tempo debito andava fatto ma che non è stato minimamente affrontato da chi era preposto alla programmazione.

Non si può oggi obbligare i giovani a vaccinarsi per coprire responsabilità e risolvere problematiche  che ad essi non competono, con la minaccia delle DAD (didattica a distanza). Non si possono riversare le colpe, come spesso avviene nel nostro Paese, su  chi non ha responsabilità e al contrario assolvere l’imperizia di chi questi obblighi li aveva.

La campagna vaccinale serrata, quale unica soluzione alla problematica pandemica, ha fatto  “dimenticare” che, soprattutto nei giovani sani, la malattia può essere curata domiciliarmente  applicando “tempestivamente protocolli terapeutici” spesso  trascurati e che invece hanno dato risultati eccellenti in termini di guarigione; va anche qui ricordato, l’uso degli anticorpi monoclonali per i casi ospedalizzati e di maggior gravità e infine che alcune case farmaceutiche stanno mettendo a punto farmaci antivirali che contribuiranno ulteriormente alla  cura della malattia.

Riteniamo pertanto, per concludere, che i giovani, soprattutto in età scolastica, non debbano supplire alle carenze organizzative degli addetti alla programmazione con il diktat “o vaccino o DAD” e che pertanto ognuno debba prendersi  le proprie responsabilità relativamente alle pertinenti competenze.

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