“Ero straniero e non mi avete accolto”: da Alan Kurdi ai migranti di oggi

Foto Vatican News

Ero straniero e mi avete accolto”. Gesù, con queste parole che declina in prima persona, spiega il giudizio finale che avverrà al momento del suo ritorno glorioso, in cui separerà gli uni dagli altri, il giorno in cui si manifesterà la giustizia di Dio che trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature, il giorno in cui si manifesterà che il suo amore è più forte della morte. Questo brano del Vangelo di Matteo è quello proclamato in occasione del recente viaggio del Santo Padre alle Canarie, altre isole dove approdano i migranti. Lo stesso Papa Leone, di fronte a queste parole così dure e così inequivocabili, ha riconosciuto che si tratta di “uno dei brani più impegnativi del Vangelo”, che “contiene un monito che nessun credente può prendere alla leggera”.

Eppure sappiamo che in ogni paese del mondo basta che un politico additi i migranti come un problema che subito aumenta il suo consenso elettorale. Il 2 settembre 2015 una foto fece il giro del mondo. Ritraeva un corpicino riverso su una spiaggia, a faccia in giù, appena lambito dall’acqua, le braccia abbandonate, con una magliettina rossa ed i pantaloncini scuri, in Turchia, a Bodrum, un paradiso turistico. Quel bambino era Alan Kurdi, piccolo profugo in fuga dalla guerra in Siria, annegato mentre tentava di raggiungere l’Europa.

Quell’anno, il 2015, oltre un milione di migranti raggiunse l’Europa, mettendo sotto stress i paesi dell’Unione Europea, che, a fronte di quella crisi migratoria, rischiò di disgregarsi. Mentre gli europei si rimpallavano la responsabilità su chi dovesse accogliere i migranti, arrivò quell’immagine che mise a tacere tutti. In silenzio, di fronte alla morte di un bimbo innocente che scappava dalla guerra.

Nell’agosto 2021 l’aeroporto di Kabul veniva preso d’assalto da centinaia di migliaia di persone in fuga dai Talebani che avevano riconquistato il paese dopo che nell’aprile dello stesso anno il neo- eletto presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, aveva annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan. Tutti i telegiornali del mondo trasmettevano le immagini di migliaia di persone che prendevano d’assalto gli aerei, con i disperati che si aggrappavano al carrello degli aerei che decollavano, per poi cadere nel vuoto. Anche di fronte a queste immagini il mondo era commosso, ci si chiedeva cosa si potesse fare per aiutare quelle persone. Oggi quattro milioni di afghani sono “sfollati”, scappati dalle loro case pur rimanendo dentro il paese, mentre altri sei milioni sono i “rifugiati”, scappati all’estero. Chi di loro ha tentato di arrivare in Europa ha dovuto percorrere a piedi migliaia di chilometri rischiando violenze, detenzione arbitrarie, se non addirittura sequestri ai fini di riscatto. Il viaggio si paga per singole tappe – per arrivare in Iran, per passare il confine con la Turchia, per imbarcarsi – ed in totale costa tra i sette e i 12mila euro per persona.

Per finanziarsi si vendono tutti i propri averi e ci si indebita con amici o parenti. Infine, quando si tenta di entrare in Grecia, porta d’ingresso per l’Europa, si rischia di venire respinti a causa delle pratiche di respingimento sistematico – i cosiddetti “pushback” – ed espulsioni sommarie che avvengono ai confini. Gli altri paesi non sono da meno. Alla fine del 2023 il Pakistan approvava il Piano per il rimpatrio degli stranieri illegali – Ifrp – che ha portato al rimpatrio forzato di 930mila afghani che avevano trovato rifugio nel paese confinante. Peggio è successo in Iran dove nel 2025, secondo l’Unhcr, l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, sono stati espulsi 1.8 milioni di afghani. E’ notizia di pochi giorni fa che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l’Amministrazione Trump potrà togliere lo Status di protezione temporanea (TPS) a 350mila migranti haitiani, persone che provengono da un paese fallito, in mano a bande armate, dove nel 2021 è stato assassinato il Capo dello Stato.

Quante sono le persone che nel mondo sono costrette a dover lasciare la propria casa, i propri affetti, la propria terra per cercare un futuro migliore? Alla fine del 2025, si stima che nel mondo 118 milioni di persone nel mondo fossero migranti forzati, sfollati a causa di conflitti, violenze o persecuzioni. Il 73 per cento dei rifugiati globali sotto il mandato dell’Unhcr proviene da soli cinque Paesi: Siria, Afghanistan, Venezuela, Ucraina e Sudan. Persone in fuga.

Lo stesso Papa, sempre alle Canarie, ha ricordato che “se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare”. Ha detto proprio così, esiste “il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini”.

La questione migratoria è un fatto epocale, è un segno dei nostri tempi, che va affrontata  guardando a quei paesi di partenza per porre fine a guerre e a fame, e va affrontata dando rifugio a chi scappa dalla violenza, non relegandoli in campi profughi o centri di permanenza che somigliano a prigioni, ma integrandoli e pretendendo da loro integrazione.

E fintanto che qualcuno sarà straniero, allora ci ricorderemo di quel monito richiamato da Leone poche settimane fa, di fronte ad un altro mare dove tanti arrivano e tanti altri non sono mai arrivati. “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ero straniero e non mi avete accolto”.

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