Ecco qual è l’epicentro della quarta ondata di Covid-19

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Siamo pienamente nella quarta ondata della pandemia e l’Europa ne è l’epicentro. Negli ultimi quindici giorni i casi di Covid-19, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), crescono nel vecchio continente a un tasso del 10%. Il picco di contagi in Europa deriva da un mix di fattori: difformità tra i paesi Ue nelle misure anti-Covid e nei livelli di vaccinazione, forte interscambio commerciale all’interno del vecchio continente e rimozione prematura delle precauzioni anti-Covid nel corso della campagna vaccinale. I paesi dell’Europa continentale avrebbero dovuto imparare la lezione britannica. E cioè la necessità di stringere i controlli sull’obbligo di mascherina e distanziamento sociale perché la loro improvvida rimozione nel Regno Unito hanno fatto risalire drasticamente i contagi mandando in affanno gli ospedali.

La Germania registra record quotidiani da 53 mila nuovi casi e la Repubblica Ceca sfiora i 23 mila contagi giornalieri. Ora le autorità tedesche si stanno indirizzando verso la terza dose per gli over 18 ma il numero dei non vaccinati è ancora troppo alto. Nell’Est Europa, poi, ha completato il ciclo vaccinale meno della metà della popolazione e in alcuni paese appena un terzo degli abitanti è stato immunizzato con due dosi di vaccino. Questo spiega anche perché regioni di frontiera del nordest come il Friuli Venezia Giulia siano in affanno.

Nell’Ue l’interazione economica e gli scambi commerciali tra i diversi stati membri è ingente. E per esempio una gran parte dei camionisti dell’Europa orientale entra in Italia per lavoro senza essere vaccinati. L’Europa sconta un’insufficiente coordinamento nelle misure sanitarie di contenimento del Covid. La pandemia non conosce frontiere e unificare gli strumenti di prevenzione come il Green pass diventa ogni giorno più opportuno. Non è la prima volta, nella storia della medicina, che una pandemia si sviluppa attraverso diverse ondate.

Quella a noi più vicina, e di cui resta ancora viva la memoria, è l’influenza spagnola che, iniziata durante la prima guerra mondiale con l’arrivo delle truppe americane in Francia, ha avuto una prima ondata non particolarmente grave tra il 1917 e il 1918 e una seconda ondata che ha mietuto milioni e milioni di vittime in tutto il mondo nel 1919, per poi terminare nel 1920. La conclusione della pandemia influenzale spagnola è avvenuta quando la popolazione mondiale ha raggiunto, a seguito del contagio, l’immunità protettiva che ne ha ridotto la gravità (si segnala che la letalità della spagnola è stata sei volte superiore a quella di Covid-19) anche se il virus ha continuato a circolare, in modo meno grave, fi no al 1956, anno di comparsa della pandemia asiatica.

Anche per Covid-19 è innegabile che ci siano delle peculiari differenze (non solo dal punto di vista medico), tra la prima e le ondate successive. La presenza di varianti di cui tanto oggi si parla e che sono particolarmente temute, tanto da essere definite Voc (Variants of concern), è un aspetto di novità che si è palesato in modo evidente dopo la prima ondata e che è intrinseco alla diffusione/replicazione del virus. Infatti è una ben nota legge biologica quella secondo cui un virus, replicandosi, commette una serie di errori (“mutazioni”) che il più delle volte vengono persi e solo raramente si mantengono conferendo al virus mutato un vantaggio biologico che gli consente di soppiantare il virus precedentemente circolante. È indubbio che le varianti, tanto più numerose quanto più numerosi sono i contagi, possono condizionare significativamente sia la diffusione del virus che l’eventuale capacità di contenimento epidemiologico. La variante ancestrale di Wuhan era sicuramente meno trasmissibile rispetto alle varianti successive e questo può spiegare l’efficacia raggiunta in tempi relativamente brevi del pur rigoroso lockdown messo in atto dalle autorità cinesi.

Attualmente sono diverse le varianti circolanti (inglese, sudafricana, brasiliana, indiana) e tutte destano preoccupazione per la maggiore trasmissibilità (peraltro ben dimostrata) e per un potenziale impatto negativo sull’efficacia dei vaccini attualmente a disposizione. Proprio la presenza dei vaccini è l’elemento di maggiore novità che differenzia le ondate successive dalla prima. Va sottolineato, prima ancora di analizzarne l’impatto in termini di contenimento dell’infezione/malattia, che la scienza ha potuto rendere disponibili in tempi straordinariamente brevi, grazie alle tecnologie sviluppate negli ultimi anni, vaccini efficaci e sicuri, utilizzando tecnologie non disponibili in passato.

Infatti, accanto a vaccini tradizionali (cinesi e indiani) costituiti da virus inattivato intero – per intenderci simili a quello dell’influenza – vi sono vaccini a Rna (Pfi zer, Moderna), a Dna che utilizzano come vettore l’adenovirus (AstraZeneca, Sputnik, Johnson & Johnson) e proteici (Novavax). Altri ne seguiranno a breve. Senza entrare troppo in dettagli tecnici sulle loro caratteristiche, vanno certamente riconosciuti gli sforzi messi in atto dalla comunità scientifica e dall’industria per rendere disponibile un’ampia selezione di vaccini la cui efficacia e sicurezza sono garantite da rigorose sperimentazioni e dall’attenta verifica degli organismi di controllo internazionali e nazionali (Fda, Ema, Aifa). Interessante è l’attuale dibattito sulla possibile maggiore efficacia di un vaccino rispetto a un altro quasi si trattasse di una competizione sportiva (oggi la gente parla più di vaccini che di calcio!). Va ribadito con forza che non esistono (per rimanere in ambito sportivo) vaccini di serie A e di serie B, e su questo aspetto la comunicazione dovrebbe essere particolarmente attenta in modo da rassicurare l’opinione pubblica sull’efficacia di tutti i vaccini disponibili, come segnalato più volte autorevolmente dall’Oms, oltreché sulla loro sicurezza.

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