“Dove non passano le merci, passano gli eserciti” (Frédéric Bastiat). Una cosa è certa, il mito del Blitzkrieg che talvolta riemerge sullo scenario internazionale non ha mai dato i suoi frutti. Vero è che nel corso delle singole battaglie un impiego di mezzi, uomini e tecnica superiore difficilmente porta a una sconfitta ma è altrettanto vero che se non si riesca a chiudere lo scontro in questa maniera, storicamente ci si è sempre trovati di fronte a un lungo conflitto, spesso di logoramento, e a farne le spese sono sempre stati gli eserciti più strutturati. Da quando le guerre si sono spostate dal campo aperto, dove la velocità dava un vantaggio assoluto, come gli eserciti di Alessandro il Grande e di Roma hanno mostrato, a un sistema globale anche la strategia della guerra lampo ha mostrato i suoi grandi limiti, come se ne accorsero Napoleone in Russia, gli USA in Vietnam e la stessa URSS in Afghanistan. Le conseguenze peggiori, però, le si sono sempre viste a lato, dalle tribolazioni e le stragi fra i civili coinvolti alle ripercussioni economiche in tutto il mondo, man mano che l’economia si è globalizzata. Qui arriviamo a oggi, dopo aver superato una guerra sanitaria globale, aver affrontato lo shock dell’invasione russa in Ucraina e, adesso, a osservare a cosa potrebbe portare la crisi iraniana.
Il problema dell’Iran non è il peso diretto su commerci e materie prime poiché si tratta di uno stato potenzialmente ricchissimo ma escluso dalle rotte commerciali sin dalla rivoluzione del 1979, con l’unico vero partner nella Cina che acquista da loro gas e petrolio vitali per la sua economia, lo è, però, la sua posizione che permette di controllare di fatto lo stretto da cui transitano le petroliere che riforniscono il mondo intero e che partono dalla penisola arabica. In più in questi quasi quarant’anni dal termine della lunga guerra tra Iran e Iraq, il primo ha effettuato enormi investimenti su difesa e armamenti, rendendolo di fatto una polveriera pronta a fare fuoco, come stiamo assistendo oggi. Anche eventuali vie alternative come l’oleodotto Petroline che collega i siti produttivi in Arabia Saudita con il porto di Yanbu sul Mar Rosso, con capacità teorica fino a 7 milioni di barili al giorno, che permetterebbero di bypassare lo stretto di Hormuz non sono al riparo dalla capacità di fuoco iraniana, che ha mostrato di poter colpire bersagli anche lontani con una certa precisione. Quindi le ripercussioni a livello globale cominciano a farsi sentire sempre di più.
Come per la Russia quattro anni fa, queste tensioni si fanno vedere sul mercato energetico, il più insidioso perché colpisce tutti i settori economici in una struttura produttiva energivora come quella odierna e che non ha reali alternative efficienti se non quelle storicamente avversate da una certa miope fazione politica assai rumorosa. Tu stai pensando al nucleare, vero?
Ebbene la risposta vera è “non solo”, perché la vera soluzione per sterilizzare al meglio gli impatti delle crisi geopolitiche, che vanno a impattare ineludibilmente sul settore energetico, è la creazione di mix efficienti che non possono essere né solo basati sul nucleare né solo basati sulle cosiddette rinnovabili, come una certa narrazione sta mostrando in questi giorni diffondendo la notizia parzialmente vera dell’abbattimento dei costi energetici della Spagna avendo basato la sua produzione sulle energie rinnovabili. Perché parzialmente vera?
Perché si sta cercando di far passare un dato spot per uno strutturale e se è vero che in quel giorno specifico il costo a MWh in Spagna si è fermato a 15 euro il vero valore medio annuo è intorno ai 65-68 euro al MWh, ben superiore a quello francese basato sulla produzione atomica ma sicuramente molto inferiore a quello italiano che sconta una questione strutturale ben diversa dovuta all’assenza di centrali nucleari attive. La Spagna ne ha 7 funzionanti, anche se Sanchez ha programmato in maniera esclusivamente ideologica la loro dismissione nei prossimi anni, mentre l’Italia ha un comparto industriale energivoro che obbliga a una forte e costosa importazione di energia, cosa che un’economia basata sui servizi come quella spagnola non necessita. Le zone più produttive a livello industriale come la Germania e l’Italia, infatti, hanno tutt’oggi una forte dipendenza dagli idrocarburi per la produzione energetica e per alimentare la loro macchina produttiva, quindi una crisi energetica come quella che potrebbe innescare il conflitto con l’Iran avrebbe delle ripercussioni molto pesanti su tutto il continente.
Se il conflitto si prolungasse e i rifornimenti tramite lo stretto di Hormuz si bloccassero, è credibile che lo shock energetico che ne deriverebbe avrebbe un impatto sensibile sull’Europa intera, anche se probabilmente meno pesante di quello del 2022, che passerebbe per un rincaro generalizzato delle produzioni nei settori chimici, siderurgici e manifattura energivora come i settori della produzione dei materiali da costruzione, la carta e parte del settore alimentare. In Italia questi comparti rappresentano circa il 20% della manifattura nazionale e in caso di blocco prolungato dello stretto di Hormuz gli analisti stimano una possibile stagnazione del PIL intorno allo zero o una leggera contrazione fino a meno 0,7% nel 2026, con scenari che vanno da un più 0,5% se la crisi si chiude rapidamente a una recessione se si protrae per tutto l’anno. Questo si tradurrebbe, poi, in una contrazione della crescita fino a un’eventuale recessione e all’aumento della disoccupazione.
Fortunatamente, al momento, la BCE sta tenendo i nervi saldi a fronte del riscaldamento dei prezzi poiché non c’è alcuno shock inflazionistico, con domanda e offerta di moneta stabili, anzi volendo vedere la domanda sta crescendo e questo potrebbe portare addirittura a uno stato deflattivo che però non è detto che vada a spingere un calo generalizzato dei prezzi. Il rischio, ripetendo gli errori del 2022 a fronte dell’invasione russa dell’Ucraina, è che un eventuale rialzo eccessivo dei tassi vada ad abbattere la domanda interna e creare non pochi problemi di rifinanziamento delle aziende aggiungendo un elemento recessivo ulteriore al rialzo dei prezzi energetici.
Oggi, però, la notizia del raggiunto cessate il fuoco dell’8 aprile, seppur momentaneo, ha dato uno scossone alle borse mondiali facendo crollare il livello dei future sul petrolio, WTI e Brent, e del gas, TTF, in maniera sensibile. In più il VIX, il cosiddetto indice della paura, è sceso quasi al livello della situazione di normalità. Fino a ieri questo aveva ballato tra 25 e 30, segno di allerta elevata ma non di vero panico, mentre stamane ha invertito decisamente la tendenza dopo l’annuncio. I mercati in questo momento scommettono su una risoluzione in tempi brevi, lo shock è soprattutto di offerta energetica e non ancora sistemico, e la liquidità elevata ha limitato i sell-off estremi; se questa traiettoria dei mercati continuasse, la tregua diventasse strutturale e ancor più se si raggiungesse un trattato di pace in poco tempo, l’emergenza economica potrebbe rientrare ma questo secondo shock in quattro anni dovrebbe rappresentare un forte insegnamento. La dipendenza da una fonte energetica principale in una struttura di economia altamente energivora, sia per le industrie sia per la gestione dei datacenter, è quantomeno da considerare una scelta errata e fortemente ingenua, oggi diventa necessario aprire una nuova era per le politiche energetiche che devono basarsi su una differenziazione efficiente delle fonti e dalla creazione di sistemi di backup in caso di crisi di approvvigionamento.
La vera via è la realizzazione proprio di un portafoglio diversificato, con nucleare per la base costante, rinnovabili per il picco diurno e gas come backup flessibile, tanto che, ad esempio, paesi come la Germania stanno già riconsiderando in questi mesi proprio la loro exit strategy dal nucleare. In pratica si deve aprire un’epoca del pragmatismo lasciando da parte narrazioni ideologiche e immaginifiche e, se dove non passano le merci passano gli eserciti, allora dove passano le energie sicure e diversificate passa la vera resilienza economica. Saremo pronti?

