Scrivo queste riflessioni in vista del Giubileo del mondo educativo dopo alcuni giorni di fatica e di qualche boccone amaro vissuti nelle “terre dell’educazione”. Ritenevo di aver avuto tutte le attenzioni possibili, di aver valutato con equilibrio la situazione, di poter gestire le reazioni oppositive già calcolate, di trovare un po’ di sostegno, ed invece mi trovo sconfitto su tutti i fronti. Neanche il tempo di riprendermi e mi ritrovo – pur consapevole di avere le giuste ragioni in un intervento educativo necessario – a sentirmi fuori posto, inascoltato, solo, preso in giro in qualche modo, guardato con occhi diversi.
Subito dopo penso pure di avere sbagliato, che sarebbe stato meglio lasciar correre, girarmi dall’altro lato per mantenere la mia serenità. Forse avrei avuto bisogno di qualcuno che mi desse una pacca sulla spalla, una delle tante date ai colleghi e agli stessi studenti negli anni, una di quelle che ti fanno sentire vicino qualcuno, soprattutto quando la massa ti ignorato, non ti ha capito e ti ha giudicato fuori luogo. Forse avrei avuto bisogno di chi comprendesse che provare ad agire rischiando l’impopolarità, era certamente più importante di starsene in disparte attendendo che tutto finisse il prima possibile per non pensarci più. Invece, io sono qua a rifletterci ancora, consapevole che educare è una sfida e un rischio, e che alla fine della partita facilmente sei la squadra che ha perso, l’arbitro fischiato, l’allenatore sfiduciato dallo spogliatoio non solo dalla tifoseria.
Allora, mi tornano in mente le parole di S.E. Mons. Luigi Renna, Arcivescovo di Catania, pronunciate proprio in occasione del giubileo diocesano degli educatori: «L’educazione è una forma di adozione per la vita e per il futuro; l’educazione è generativa; l’educazione è fiducia e visione, è sconfitta e tentativi sempre rinnovati, è desiderio di riscatto, visione, protezione. Come sarebbe bello un mondo di persone grate alla vita e al prossimo, piene di gratitudine per essere state salvate: è un mondo che certamente ha incontrato adulti che si sono presi cura di ciascuno di loro. A Cristo portiamo le nostre “lebbre”, quelle dell’umanità, della formazione, delle stanchezze della professione, e comprendiamo che solo Lui può ridarci fiducia nella nostra missione! E noi siamo dei “guaritori feriti”: noi per primi siamo stati “guariti” dal Cristo, salvati dal peccato, dal “non-senso”, dallo scarso amore e dall’indifferenza, e ci ha resi capaci di guarire altri, con la nostra missione e dedizione».
In un mio libro scritto diversi anni fa per le Edizioni San Paolo, dal titolo “Nelle Terre dell’Educazione”, scrivevo: “La relazione educativa richiede fatica, impegno, cura, costanza, fantasia, pazienza, preghiera, riflessione, confronto, verifica, cambiare idea, chiedere scusa, farsi perdonare”. Tutti questi elementi non nascono dai libri, dalle teorie, dagli studi, ma è un cuore disponibile a trasformali in vita concreta prima, in esperienza in seguito e poi in testimonianza. Don Bosco ripeteva e soprattutto viveva questa frase: «Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati». E ancora scrive nella sua Lettera da Roma del 1884: “Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani ed i superiori. I cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti. Questo amore fa sopportare ai superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti”».
Il Giubileo ci ricorda che siamo voluti bene con misericordia e che quest’ultima, oltre a riceverla da Dio e a viverla con il prossimo, dobbiamo averla anche nei nostri stessi confronti. Il Giubileo, inoltre, ci apre alla speranza che non è un’attesa continua ma inerte del bene che desideriamo, ma ci colma al contrario del desiderio di essere noi artigiani dinamici per costruirla.

