VENERDÌ 05 FEBBRAIO 2016, 000:02, IN TERRIS

Dove vanno i mercati finanziari?

AUTORE OSPITE
Dove vanno i mercati finanziari?
Dove vanno i mercati finanziari?
Non c’è espressione più brutta ed errata di “Bruciati miliardi in Borsa” che, spesso, si sente in apertura dei telegiornali in queste ultime settimane. Certamente nel comune sentire fa impressione sentire dei ribassi di questo o quel titolo e, ancor di più, nel vedere gli indici dei listini principali al mondo continuare su un trend ribassista che, per ora, sembra non avere fine.

Negli anni passati si era sentita più di una persona vantarsi dei propri investimenti in azioni e di quanto avesse guadagnato nel corso del tempo; chi non fosse ben addentro nella materia, la stragrande maggioranza delle persone quindi, facilmente avrebbe potuto credere che sui mercati i soldi si potessero moltiplicare, quasi come se fossero l’albero degli zecchini che la volpe ventilò a Pinocchio ma, esattamente come quest’ultimo anche la percezione che generalmente si ha degli investimenti è una mera illusione.

Perché questo? Il motivo è semplice, i mercati finanziari non creano ricchezza e non la distruggono, semplicemente la riallocano laddove ce ne fosse domanda, quindi dicendola in maniera brutale se qualcuno guadagnasse del denaro la cosa significherebbe che qualcun altro lo avrebbe perso, tutto qui.

L’immagine è semplicistica, vero, perché non tiene conto della remunerazione degli eventuali dividendi agli azionisti da parte delle aziende (che però esulano dalle quotazioni di borsa) così come delle cedole delle obbligazioni acquistate che sono pagate dall’emettitore a remunerazione del prestito ricevuto ma a grandi linee questo è il funzionamento di un listino di borsa, sia che si tratti di strumenti finanziari ordinari sia di strumenti derivati.

Da qui a contestare l’espressione relativa ai miliardi “bruciati” il passo è breve, poiché quei miliardi non sono scomparsi, semplicemente qualcuno li ha incassati a discapito di chi ha mantenuto la posizione.
Detto questo è interessante capire cosa succederà ai mercati nei prossimi mesi; se l’orso, cioè il trend ribassista, continuerà oppure se lascerà spazio, nuovamente, al toro, il trend rialzista, che rappresenta la condizione “secolare” del mercato finanziario.

La situazione attuale è dovuta principalmente alle incertezze che si sono palesate a livello globale, dalla situazione in Medioriente alla contrazione della crescita cinese (che probabilmente sarà ben più pesante di quanto sia finora trapelato) al crollo del prezzo delle materie prime e dei “paesi emergenti” proprio in seguito a quest’ultimo fenomeno. Quello che viene chiamato in gergo sell off ha generato, però, un enorme liquidità che si va ad aggiungere a quella immessa sui mercati negli ultimi anni dalle Banche Centrali che giace inutilizzata nei depositi e, prima o poi, questa dovrà essere messa a reddito.

Con lo “schianto” verso il basso dei tassi di interesse in buona parte del mondo, escludendo quei Paesi che, caratterizzati da un rischio sistemico interno piuttosto alto, devono utilizzare l’arma dei tassi elevati per richiamare capitali, la possibilità di investire in asset a basso rischio come titoli obbligazionari ad alto rating o titoli di stato è venuta meno per la presenza di tassi reali negativi o, quantomeno, quasi azzerati che non valgono quanto il rischio di investimento, anche solo temporale.

Se, poi, anche la BCE, come già hanno fatto la Banca Nazionale Svizzera e la Bank of Japan, portasse i tassi sui depositi ampiamente in territorio negativo ecco che i costi di mantenimento della liquidità diverrebbero eccessivi per tutti gli operatori e l’unico mercato dove poter cercare un rendimento resterebbe quello azionario.

Credibilmente, quindi, nei prossimi mesi vedremo i listini principali di tutto il mondo che ricominceranno a crescere, magari anche a ritmi sostenuti, per la reimmissione di quei capitali che, oggi, sono stati resi liquidi e depositati in attesa di un miglioramento delle aspettative sul futuro o, magari, per un gioco strategico volto a rendere più appetibili asset di alto livello (come molte delle aziende quotate sui listini italiani, giusto per fare un esempio) e poter acquisirne una quota maggiore anche in vista di rendimenti futuri cospicui.

 
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