Il doppio filo che lega la sfida sanitaria e quella sociale

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“In base all’andamento dell’epidemia e della vaccinazione valuteremo le riaperture”, “Chiudiamo adesso per riaprire al più presto”, “Non giochiamoci tutto all’ultimo miglio”. Dichiarazioni di questo tenore sono il leitmotiv che accompagna da mesi le attese delle categorie di lavoratori e imprenditori alla canna del gas.

Con le casse integrazioni che arrivano con il contagocce, i ristori che non coprono nemmeno le spese vive delle attività e le tasse che non sono mai state sospese, milioni di italiani vivono l’emergenza sanitaria come un dramma in secondo piano rispetto alla pressante realtà quotidiana della lotta per la sussistenza delle loro famiglie. Arrivati a questo punto, è un dato di fatto che una larga fetta della popolazione ha più paura di morire di fame che per mano del Covid 19.

Le due sfide, quella sanitaria e quella sociale, sono però legate a doppio filo, non è un caso infatti che a far crescere il malcontento sociale siano soprattutto i ritardi del piano vaccinale e l’impietoso confronto con diversi Paesi che hanno dato il via libera alla ripresa di molte attività, grazie ad un’immunizzazione che procede a passo spedito. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Russia e in Israele bar, ristoranti, locali, notturni, cinema e teatri stanno di nuovo accogliendo avventori e pubblico in tutta sicurezza. Anche in Paesi strutturalmente meno potenti e organizzati, come la Serbia, le cose sembrano andare meglio. E nell’ultimo fine settimana di marzo Belgrado ha consentito persino a migliaia di cittadini dei Paesi vicini – bosniaci, macedoni, montenegrini, albanesi, kosovari – di potersi vaccinare in Serbia. L’Italia è invece legata al treno franco-tedesco che procede a rilento e persegue con pervicacia e costanza la politica delle chiusure e del distanziamento.

Va detto però che nei Paesi del nord Europa che applicano le misure più restrittive esiste un welfare più generoso che mette al riparo dalla povertà quasi tutti i cittadini, ciò nonostante proteste e agitazioni si sono verificate anche al di là delle Alpi.  In Italia la situazione è sicuramente più nera e tutte le stime indicano che ritornerà ai livelli pre-covid più tardi rispetto alla Germania.

Il problema è che finora si è preferito proibire qualsiasi attività, anche all’aperto, anziché stabilire dei protocolli e delle misure per la ripresa in sicurezza del commercio, del turismo e delle attività legate alla cultura, allo sport e al tempo libero. L’esperienza di altri Paesi ci dice che è una strada che bisogna tentare di percorrere al più presto.

In questa cornice bisogna quindi comprendere le dimostrazioni di piazza, che in questi giorni animano le principali città italiane, ed ascoltare le grida esasperate di partite Iva, piccoli imprenditori e ristoratori. Un popolo di non garantiti che alcuni, per motivi ideologici, definiscono come i primi tra gli “evasori”, mettendoli in contrapposizione con i lavoratori dipendenti, che a loro volta si dividono tra la galassia del settore privato, che trema alla sola idea dello sblocco dei licenziamenti (ora proibiti per decreto), e la categoria degli statali che fa sicuramente sogni più tranquilli.

In questo momento è molto pericoloso disgiungere i destini di tutta la popolazione a seconda delle categorie; nessuno è infatti al sicuro finché tutto il tessuto produttivo e sociale non sarà al sicuro. La lotta tra classi e categorie ha il solo risultato di privare di forze vitali la nazione e di alimentare pericolose e inutili divisioni.

In questo momento bisogna trovare delle direttrici comuni di speranza ed allargare lo sguardo oltre la paura della morte che offusca la nostra visione. Delle coordinate chiare sono state offerte dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, in un’intervista della scorsa settimana al Corriere della Sera.

Il vescovo ambrosiano ha lanciato un allarme: “Se il virus occupa tutti i discorsi, non si riesce a parlare d’altro”. “Se l’animo è occupato dalla paura e agitato – ha aggiunto -, dove troverà dimora la speranza? Se uomini e donne vivono senza riconoscere di essere creature di Dio, amate e salvate, come sarà possibile che la vicenda umana diventi “divina commedia?”.

Le parole di mons. Delpini suonano come una scossa per le anime intorpidite e invitano a vivere questo momento con più consapevolezza e con lo spirito meno agitato dalla paura. L’arcivescovo di Milano semina speranza senza dimenticare i più colpiti dalla pandemia, perché sa bene che se prevalgono la disperazione e la rabbia, allora l’Italia sarà davvero tutta perduta.

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