Dopo il Pnrr, il bivio dell’Italia: riforme o stagnazione

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“La più grande minaccia al nostro pianeta è la convinzione che lo salverà qualcun altro” (Robert Swan). Siamo alle battute finali per il PNRR, il piano di rilancio post-pandemico finanziato con i fondi del programma Next Generation EU messo a terra dall’Unione Europea, e ora è possibile valutare in maniera piuttosto oggettiva quale sia stato il suo impatto sull’Italia.

Nei fatti, il 31 dicembre 2025 l’Italia ha presentato la richiesta per la nona rata di pagamento da 12,8 miliardi di euro alla Commissione UE, dopo aver certificato 32 obiettivi (16 milestone e 16 target) per l’ottava rata, approvata il 1° dicembre 2025: complessivamente sono stati raggiunti circa il 64% degli obiettivi totali (366 su 575 milestone e target) concordati con l’UE, contro una media europea del 28% per i piani superiori a 5 miliardi.

Come si vede da queste cifre, quindi, bisogna dare atto al Governo e al sistema Paese in generale di aver utilizzato piuttosto bene i fondi assegnati, overperformando l’azione media portata avanti dai partner europei. In effetti i numeri relativi all’attuazione sono decisamente rilevanti perché a fine 2025 l’implementazione complessiva è stata pari al 64% (83% per le milestone e 43% per i target), con le riforme pianificate al 76% e gli investimenti al 58%, anche se solo il 12% degli investimenti risulta completamente chiuso.

In particolare l’Italia ha ricevuto circa il 79% dei fondi UE (153,2 miliardi incassati entro fine 2025, inclusi 46,5 miliardi di sovvenzioni e il resto in prestiti), e la spesa effettiva sostenuta ha superato i 101 miliardi (circa il 72% delle risorse ricevute), con un’accelerazione notevole nel 2025 seppur con ritardi persistenti in alcuni settori, dovuti soprattutto alla lentezza d’azione delle amministrazioni pubbliche per via di colli di bottiglia procedurali. Non è un caso, quindi, che a novembre sia stata approvata l’ennesima revisione del Piano, la sesta, che ha mantenuto invariata la dotazione finanziaria ma ha introdotto modifiche sostanziali, tra cui la soppressione di 8 misure, la cancellazione parziale di 20, la modifica di 52 e l’aggiunta di 10 nuove, includendo facilitazioni finanziarie per differire alcune spese oltre il 2026, come ad esempio nuovi alloggi studenteschi, infrastrutture idriche, transizione verde agricola e connettività digitale.

Arriviamo quindi al 2026, che è l’anno decisivo e finale del PNRR, con obbligo di completare gli interventi entro il 30 agosto per gli obiettivi finali e rendicontare entro settembre per l’ultima rata: restano ancora da raggiungere circa 159 milestone e target complessivi nella maxi-rata finale, ma oggi, vista la scadenza prossima, non saranno più possibili ulteriori revisioni, quindi diventa necessario puntare sulle facilitazioni della sesta revisione per differire alcuni pagamenti e arrivare alla fine del semestre con le carte in regola per chiudere il piano e incassare l’ultima tranche prevista.

Molti cantieri sono già in fase esecutiva, oltre il 55% secondo alcune stime recenti, e il restante rappresenta un’attività molto sfidante ma, come mostrato finora soprattutto rispetto agli altri stati europei, fattibile e che avrà un impatto sensibile sulla crescita economica, stimato in una forbice tra lo 0,6% e l’1,0% aggiuntivo secondo le simulazioni più accreditate. Un attimo, queste cifre però dovrebbero far riflettere.

Per il 2026 i principali istituti, come Istat, Banca d’Italia, Commissione Europea o Confindustria, prevedono una crescita complessiva per il Paese tra lo 0,6% e l’1,0%, con una stima più verosimile tra lo 0,7% e lo 0,8%. Quindi senza PNRR cosa succederebbe? La risposta l’abbiamo già sui numeri di quest’anno, dove senza l’apporto del piano la crescita italiana si sarebbe fermata tra lo zero e il meno 0,3% circa.

Sebbene nel 2026 sia prevista una lieve accelerazione rispetto al 2025 (0,5-0,6%), trainata dal picco finale degli investimenti PNRR, dal recupero dei consumi e da una parziale ripresa dell’export ma frenata da fattori esterni come dazi USA, incertezza commerciale, rallentamento post-PNRR e calo demografico, senza l’apporto del PNRR questa si fermerebbe a un livello di stagnazione o di recessione moderata.

Da qui è evidente che nel post-2026 si profili quello che si può definire un cliff, cioè un rallentamento brusco, perché finendo lo stimolo straordinario la conseguenza immediata sarà un calo degli investimenti e la crescita dipenderà solo dalle future riforme strutturali, dalla produttività e dall’export.

Mentre quest’ultima voce è ormai una certezza nella composizione del PIL italiano, spinta dall’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo delle nostre imprese esportatrici, che purtroppo rappresentano una parte estremamente minoritaria dell’ecosistema industriale italiano, le riforme di cui necessita il Paese mostrano una lentezza ormai consolidata, tra veti politici incrociati e resistenza di parte della popolazione, mentre la produttività è azzoppata, come spesso ho ricordato, dalla struttura stessa delle aziende italiane, dalla loro frammentarietà, dalla scarsa capitalizzazione e dalla conseguente refrattarietà agli investimenti che porta spesso a navigare poco sopra il livello di sussistenza. Se poi a questo si vanno a pesare i rischi che si profilano all’orizzonte, tra l’escalation del protezionismo USA con i dazi, la possibilità di nuovi shock energetici senza avere un mix efficiente che possa sopperire alla possibile importazione più onerosa delle fonti e ai ritardi finali PNRR che potrebbero penalizzare l’opera fin qui portata avanti, ecco che qualche timore sul futuro non sarebbe assolutamente fuori luogo provarlo, anche se in prospettiva dovrebbero ridursi le tensioni commerciali a livello globale con un miglioramento dell’export e la lieve ripresa salariale dovrebbe sostenere i consumi interni.

In pratica si può prevedere un 2026 moderatamente positivo (consensus a +0,7-0,8%, come già indicato), migliore del 2025 grazie al rush finale PNRR ma lontano da una vera ripresa strutturale, con l’Italia che resterà nella coda più bassa della distribuzione della crescita in UE. Questo dovrebbe essere da monito, perché, contrariamente a quanto indicato da qualche esponente politico e sindacale, non si può pensare di mantenere intatto lo status quo, non si può pensare di spingere la crescita con la spesa pubblica da alimentare con nuove imposte o con qualche piano finanziario esterno, ma è necessario riprogettare tutto il sistema italiano, dal fisco alla politica industriale e del lavoro, per uscire dall’impasse ormai decennale che porta lo sviluppo e la crescita del Paese a livelli da prefisso telefonico.

In fondo, il PNRR non è stato solo un’iniezione di liquidità, ma un test durissimo sulla capacità del Paese di spendere bene, riformare davvero e guardare oltre l’emergenza; superato l’esame con sufficienza piena rispetto alla media europea, ora tocca dimostrare che non era solo un’occasione sprecata per rimandare i problemi di fondo. Il vero lascito del Piano non sarà nei miliardi spesi, ma nella lezione che ne avremo tratto: o cambiamo rotta sul serio, o il post-2026 ci riporterà esattamente dove eravamo prima, a galleggiare in quel limbo di crescita anemica che conosciamo fin troppo bene, con quel prefisso telefonico che continua a segnare il passo.

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