Donare organi oggi: una scelta libera tra umanità e scienza

Faccio il medico anestesista da molti anni, lavoro in terapia intensiva e ancora non capisco l’ingiustizia della vita. Al netto della morale e del giudizio mi faccio una domanda: se a me o a qualcuno a me caro servisse un organo e non ci fosse nessuno disposto a donarlo, come mi sentirei? “Male” è la risposta spontanea, “impotente” quella professionale.

Usciamo fuori dalla personalizzazione e facciamo due conti. Oggi, in Italia, l’attesa per ricevere un organo necessario alla sopravvivenza, è in media di tre anni. Questo perché abbiamo circa 30 donatori per milioni di abitanti. Credo che questi numeri rispondano bene alla domanda sulla effettiva necessità di donare i propri organi. Donare è un diritto che ciascuno di noi può esercitare. È possibile esprimersi con una dichiarazione scritta, parlandone con i nostri familiari e amici, iscrivendosi all’AIDO oppure affermando la propria volontà al momento del rinnovo della carta di identità.

Scevri da qualunque giudizio possiamo anche dichiararci contrari alla donazione (al momento lo è un italiano su tre) oppure astenerci dalla scelta. In questo caso, in assenza di aperto consenso, vige la norma del silenzio/assenso previsto dalla Legge 91/1999. Va considerato che nel testo sono incluse due clausole nelle quali viene specificato che, in caso di mancanza di una scelta personale, la decisione spetta ai familiari. Una deroga comprensibile, chi ci è stato vicino e ha condiviso con noi tutti i giorni, conosce meglio di chiunque altro i nostri desideri. Ma, anche in questo caso, potrebbero crearsi situazioni difficili, ad esempio quando non tutti i familiari sono in sintonia.

Dubitare è lecito un una società che ci sottopone a tam tam continui e paradossali su temi importanti come la salute. Spesso le notizie nelle quali ci imbattiamo non hanno solide fondamenta e ciò può generare la mancanza di fiducia in un sistema sanitario (buono) ma sicuramente perfettibile. Un dubbio frequente è quello che i medici possano prelevare i nostri organi quando siamo ancora vivi, per esempio se ci troviamo in stato di coma. La realtà è che un soggetto in coma non è morto. La morte è definita come la cessazione irreversibile delle attività cerebrali e questa condizione di irreversibilità viene accertata da un’equipe di tre medici specialisti nei quali non è incluso il medico curante.

L’equipe osserva per almeno sei ore la persona da accertare e, durante questo periodo, esegue esami clinici e strumentali specifici per accertare l’irreversibilità della condizione. La morte è definita in modo clinico, scientifico e legale. I medici non hanno alcun interesse a procurare organi a scapito delle cure da somministrare. Non vengono elargiti premi o promozioni in base al numero di organi ottenuti da un donatore né si ha la possibilità di gestire gli organi a proprio piacimento decidendo, ad esempio, chi sarà a riceverli.

Esiste un Centro Nazionale Trapianti (CNT) che è l’organismo tecnico-scientifico preposto al coordinamento della Rete Nazionale Trapianti che opera secondo le indicazioni e la programmazione fornite dal Ministero della Salute, d’intesa con le Regioni e le Province Autonome. ll CNT svolge funzioni di indirizzo, coordinamento, regolazione, formazione e vigilanza della rete trapiantologica, nonché funzioni operative di allocazione degli organi per i programmi di trapianto nazionali compresi il programma urgenze e gli scambi di organi con Paesi esteri.

Per fare questo si avvale di una rete complessa e articolata su tutto il territorio. I medici curano e, quando non possono più apportare beneficio e la morte è accertata, continuano a prendersi cura degli organi perché ci sono persone dall’altra parte del telo, i riceventi, che aspettano anche loro di essere curate. Dopo la morte e l’espressione di volontà alla donazione gli organi sono prelevati e reimpiantati da equipe chirurgiche differenti. Il processo della donazione inizia con una scelta consapevole e prosegue con l’assunzione di responsabilità da parte di numerosi professionisti consapevoli del loro lavoro. Tutto programmato? Si. Tutto semplice? No. Siamo umani e il rischio zero non esiste, in nessuna cosa.

Il rischio è definito come la probabilità di provocare danno che è, a sua volta, una conseguenza negativa del verificarsi di un evento. La sicurezza di ogni paziente è il cardine della professione medica. Non nuocere è il principio fondamentale secondo il quale nessuno dovrebbe essere danneggiato nell’ambito dell’assistenza sanitaria. In altre parole, la sicurezza è “l’assenza di danni prevenibili per un paziente e la riduzione a un minimo accettabile del rischio di danni non necessari associati all’assistenza sanitaria”. Donare qualcosa di sé stessi è una grande manifestazione di altruismo. Noi regaliamo qualcosa che non ci serve più oppure qualcosa che ci fa piacere che venga ricevuta. Perché piace o perché serve. Di solito doniamo a qualcuno che conosciamo oppure per abbracciare una causa.

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