Disturbi mentali: non basta leggere i numeri

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre un miliardo di persone nel mondo convive oggi con un disturbo mentale. Ansia e depressione si confermano le due forme più diffuse: colpiscono rispettivamente circa il 4,4% e il 4% della popolazione globale. Numeri che non possono lasciare indifferenti, perché si traducono in sofferenze personali, familiari e sociali di proporzioni immense.

Non si tratta soltanto di una questione clinica, ma di una vera e propria questione di civiltà. Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ricordato che “la salute mentale è un diritto fondamentale, non un privilegio”. Eppure, a fronte di una diffusione così estesa, solo il 2% dei bilanci sanitari nazionali è oggi destinato a quest’ambito, con gravi disparità soprattutto nei Paesi a medio e basso reddito, dove spesso non si arriva nemmeno ad avere un operatore specializzato ogni 100.000 abitanti.

Una fragilità che tocca tutti, nessuno escluso. Le statistiche rivelano anche un aspetto di genere: le donne risultano più colpite degli uomini (14,8% contro 13%). Un dato che invita a riflettere non solo sulle differenze biologiche, ma anche sul peso sociale e relazionale che spesso grava sulle spalle femminili. Sul piano della disabilità globale, i disturbi mentali rappresentano la seconda causa di invalidità a lungo termine, e il loro costo economico, tra perdita di produttività e impatto indiretto, supera i 1.000 miliardi di dollari all’anno. Ancora più drammatica è la cifra legata al suicidio: nel 2021 sono state registrate circa 727.000 morti volontarie, spesso in giovane età.

La psicologia aiuta a ricordare che non basta leggere i numeri: occorre comprendere il significato esistenziale di questa sofferenza. Frankl, padre della logoterapica e analisi esistenziale, sottolineava che “l’uomo non è distrutto dalla sofferenza in sé, ma dal soffrire senza significato”. Ogni disturbo psichico non riguarda soltanto i sintomi clinici, ma interroga la persona nella sua capacità di dare senso al proprio dolore. Allo stesso modo, le parole di Berne – fondatore dell’Analisi Transazionale – risuonano più che mai attuali: “Gli esseri umani hanno un bisogno vitale di carezze psicologiche, tanto quanto di cibo e ossigeno”. La solitudine, l’isolamento relazionale, la mancanza di riconoscimento alimentano e aggravano i disturbi mentali.

Di fronte a questi dati emerge, quindi, un’urgenza: non solo rafforzare i servizi sanitari ma promuovere una cultura dell’attenzione e della prevenzione. L’educazione alla salute mentale deve diventare parte integrante delle scuole, delle famiglie, delle comunità. Perché se è vero che l’OMS chiede più risorse e più strutture, è altrettanto vero che ognuno di noi può contribuire a spezzare lo stigma, ad ascoltare, a creare spazi di relazione autentica.

Come sottolinea Seligman, fondatore della psicologia positiva, “la salute non è solo assenza di malattia, ma presenza di benessere, relazioni positive, impegno e significato”. È in questa direzione che bisogna guardare, se non vogliamo che quei numeri rimangano soltanto fredde statistiche, ma diventino un appello alla responsabilità collettiva.

Le cifre dell’OMS non sono soltanto un’allerta epidemiologica, ma un richiamo etico e politico. La salute mentale, seconda causa di disabilità e fonte di costi sociali ed economici incalcolabili, deve essere riconosciuta come priorità assoluta delle agende sanitarie e culturali. Non basta curare: occorre prevenire, educare, formare reti comunitarie capaci di sostenere la persona nella sua integralità.

Come sottolinea Frankl, “la vera domanda dell’uomo non è cosa attende dalla vita, ma cosa la vita attende da lui”. Dare risposta a questa domanda significa garantire a ciascuno la possibilità di vivere con dignità, senso e salute psichica. Rimandare ancora una volta l’investimento nella salute mentale significherebbe aggravare un debito già enorme, non solo verso l’economia o i sistemi sanitari, ma soprattutto verso le generazioni future.

Rinviare la salute mentale significa, in sintesi, rinviare la vita stessa: non possiamo permettercelo. È in gioco, infatti, la qualità stessa del vivere umano: agire ora, con urgenza e responsabilità, è l’unica via possibile.

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