Deficit vuol dire crescita, se usato bene

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Ammettiamolo. La questione del fare più deficit o meno, a sostegno del “contratto di governo”, comincia ad essere un po’ stucchevole vista l’onnipresenza dell’argomento su ogni medium nazionale visto che, come afferma il vicepremier Di Maio, “Non possiamo solo tenere d’occhio i numeri” soprattutto senza sapere cosa rappresentino.

La definizione che chiunque può trovare in rete definisce il deficit come “la situazione contabile dello Stato che si verifica quando, nel corso di un esercizio finanziario, le uscite superano le entrate ovvero il bilancio dello Stato è negativo” ma, parlando di Def e di bozza di Legge di Bilancio la cosa è più complessa.

Come sarebbe possibile prevedere una perdita precisa, anche se interna a un intervallo prefissato, prima dell’esercizio finanziario di competenza? Semplicemente perché, in questo caso, si valutano le ipotesi di spesa, cioè le coperture alle attività programmate dal governo e dalla maggioranza che lo sostiene, partendo da un valore stimato sulla base dei risultati economici certi degli anni precedenti.

I documenti economici che sono redatti al tempo t, quindi con un esercizio finanziario in corso, si basano sui risultati a t-1 e sia sui tendenziali calcolati sul periodo in corso sia sulle proiezioni relative a quello seguente, di competenza t+1; in soldoni, se l’anno scorso si avesse avuto un Pil pari a 100 e si fosse incassato 50 con il tendenziale per quest’anno che porti il Pil a 102 e con un incasso pari a 51 prevedendo per il prossimo anno una crescita a 104, diciamo, con incasso pari a 52 e io decidessi di avere un deficit di bilancio pari al 2% del PIL starei prevedendo di poter spendere fino a 55 circa.

Ovvio che tutte le cifre indicate siano teoriche e se le politiche espansive ipotizzate avessero successo, a parità di pressione fiscale il deficit potrebbe diventare un pareggio o addirittura un avanzo se il Pil crescesse oltre le previsioni; se, invece, non si avesse l’effetto crescita ipotizzato e questa fosse più debole o, addirittura, nulla o negativa il disavanzo diverrebbe più ampio portando a una crescita maggiore del debito pubblico.

Questa è una cosa, ovviamente, che viene tralasciata nel dibattito per mere questioni politiche: pensare a un deficit senza che le misure ipotizzate abbiano l’effetto espansivo voluto, permettendo così, di trovare le coperture necessarie ex post ai capitoli di spesa prefissati questo significherebbe semplicemente aumentare il debito pubblico e, con la cifra monstre raggiunta dal nostro indebitamento, una trasparenza simile farebbe venir meno qualsiasi proposta elettorale proveniente dal “patto di sindacato” che regge questo governo.  

Oddio, se l’Italia riuscisse a riagguantare un tasso di crescita sostenuto la maggior parte di questi discorsi cadrebbe nel vuoto perché l’unico vero indicatore di stabilità del debito pubblico è il rapporto debito/Pil, non il valore assoluto del numeratore e la via migliore per uscire dall’impasse odierno sarebbe quella di far crescere l’economia, tra produttività e consumi, anche perché, in alternativa, l’unica possibilità sarebbe alzare le imposte, come fece il governo Monti, tagliando le spese in maniera draconiana.

Il governo Monti, infatti, tentò la strada contraria a quella che vorrebbero seguire Lega e M5S – ciòè una politica economica espansiva volta a riportare la crescita (anche se in talune proposte “manifesto” come il Reddito di cittadinanza sembrerebbe più un’azione elettoralistica che di sistema) – con i risultati che tutti ricordano. L’azione dell’ex rettore della Bocconi, infatti, si concentrò sulla riduzione dello stock di debito attraverso una semplice e pura stretta fiscale che portò al prolungamento e all’aggravio della crisi che, partita da oltre oceano, aveva raggiunto anche l’Italia. Questo comportò una contrazione del Pil e un aumento della disoccupazione che si tradusse in minori entrate fiscali e, in definitiva, a un aggravamento del rapporto debito/Pil dovuto sia alla crescita del numeratore (perché anche se alzassi le imposte l’azione sarebbe inutile se diminuisse la base imponibile) sia alla riduzione del denominatore a parità, o quasi, di spesa precedente. Cosa che avrebbe potuto prevedere anche uno studente al primo anno di economia in seguito a una stretta fiscale che azzoppò il mercato interno e colpì le Pmi che già stavano lottando con un credit crunch iniziato con la crisi dei mutui sub prime in Usa.

Ora il dibattito si è spostato su temi opposti, dall’austerità di Monti alle politiche espansive volute dalla maggioranza di governo esistente. Non c’è dubbio che l’Italia abbia bisogno di una boccata d’aria ma prima ancora dei fondi per il reddito di cittadinanza servirebbero le coperture per un robusto taglio di imposte, programmato per essere applicato prima ai settori strategici (per lo scrivente energia e consumi) e, in seguito, alle imposte indirette per giungere, infine, alle aliquote reddituali. Questo provocherebbe uno choc positivo che potrebbe veramente reinnescare la crescita economica in tutto il Paese. Prevedere un deficit per il taglio delle imposte ha un senso e può avere un grande ritorno, così come l’uso di quelle risorse per investimenti infrastrutturali, prevederlo per progetti abbozzati e meramente elettorali, con l’avvicinarsi delle elezioni europee no.

Un aumento del deficit programmato troppo accentuato avrebbe ripercussioni sulla credibilità del governo e dell’intero sistema Paese, cosa che potrebbe riscaldare nuovamente lo spread finendo per far perdere il vantaggio dato da quelle risorse nel saldare i maggiori interessi sul debito. Mon è un caso che politici navigati come Matteo Salvini non si fascino la testa sulla cautela mostrata dal ministro dell’economia Tria e dai suoi tecnici, contrariamente all’ala pentastellata che, invece, sta gridando quasi al complotto.

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