Dal “buona sera” al mondo: lo stile e i temi chiave del pontificato di Papa Francesco

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Il tempo in questa seconda decade del nuovo secolo ha preso a correre molto velocemente, a noi valutare se in avanti o all’indietro; ma il pontificato di Jorge Mario Bergoglio non lo abbiamo ancora assimilato nella sua ampiezza e profondità e trovare qualche bandolo per presentarne una lettura parziale è difficile. In passato mi è piaciuto capirlo come un pontificato “romantico”, non certo per contrapporlo all’irrinunciabile rapporto tra fede e ragione, ma per dire che ci ha detto che comanda il cuore. La pace, la difesa della casa comune, la fratellanza (o fraternità), l’amicizia sociale, la sinodalità… il popolo santo di Dio in cammino. Non dimenticherò mai quell’omelia a Santa Marta in cui disse “I tempi fanno quello che devono: cambiano”, esordì. “I cristiani devono fare quello che vuole Cristo: valutare i tempi e cambiare con loro, restando saldi nella verità del Vangelo”.

Sono questi alcuni dei suoi temi di fondo, ma già le sue prime parole quando fu eletto, “cari fratelli e sorelle, buona sera”, ci dicono che anche lo stile è sostanza, è amicizia, fratellanza. E’ un tema proprio di tutto il pontificato: il papa vicino, che ci parla e saluta, come facciamo tutti tra di noi. Ovviamente lo stile non è solo stile, è sostanza, e quanti temi di fondo troviamo in quel breve e affascinante saluto del 13 marzo 2013, che ha seguito l’annuncio del nome; Francesco… Un nome, un programma inequivocabile.

Subito dopo quel “buona sera” soggiunse la spiegazione di chi fosse stato eletto; il nuovo vescovo di Roma, dunque della Chiesa “che presiede nella carità tutte le Chiese”; questo indicava la grande attenzione ecumenica; e dopo la richiesta di pregare per il suo predecessore l’inizio di “un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza”. Dunque alla fratellanza “tra noi” si univa il desiderio di una grande fratellanza, “Fratelli tutti”, il titolo della sua enciclica.

Il discorso sta per concludersi, ma il papa fece una richiesta ai fedeli presenti prima di benedirli: “vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”. Dunque pronunciò due volte la parola “popolo”, poi divenuta nota quando si cominciò a spiegare la sua “teologia del popolo”. Con quella parola poi emerse l’umiltà, forse un accenno a quel vertice basso nella piramide rovesciata di cui avrebbe presto parlato. Un’umiltà che mi è parsa introdurre la sinodalità, altro tema cruciale del pontificato.

Questi spunti che emersero dal suo primo discorso ne portano altri, decisivi; per questo ho accennato all’inizio alla pace e alla difesa della casa comune. “Nessuno si salva da solo“, come disse di nuovo in Piazza, ma da solo, davanti alla pandemia. Ci salva la fratellanza, dei fratelli che hanno una casa comune. Dunque l’incontro con le altre fedi e con chi non crede è stato parte di questo discorso, di questo incontro, di questo colloquio senza frontiere. Bergoglio ci aveva avvertito: non siamo in un’epoca di cambiamenti ma ad un cambiamento d’epoca. Per questo voglio ricordare un altro tempo, il poliedro. Visitando il pastore Tratettino, a Caserta, si spiegò molto meglio di quanto potrei fare io:

“Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità“. Vale per La Chiesa, vale per il mondo. Un mondo poliedrico, rispettoso delle diversità, e così unito.

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