Il concetto di Blue Economy nasce con un significato ben preciso: uno sviluppo economico marino e costiero che sia, prima di tutto, sostenibile. Oggi, purtroppo, questo principio originario rischia di essere oscurato dall’enfasi esclusiva sulla dimensione economica. Eppure, senza sostenibilità ambientale non esiste futuro per l’economia del mare. La sostenibilità, in un’area complessa e interconnessa come il Mediterraneo, non può essere un obiettivo unilaterale. Non basta che un singolo Paese adotti politiche virtuose: serve un impegno condiviso da parte di tutte le nazioni che si affacciano su questo mare. Per fare un esempio concreto, se un Paese come l’Italia decide di contenere lo sforzo di pesca, ma altri – come la Croazia – aumentano significativamente la propria flotta, il risultato finale sarà uno squilibrio che vanifica gli sforzi collettivi. Lo stesso vale per altri attori dell’area, come Tunisia e Marocco.
È fondamentale ristabilire al centro del dibattito la sostenibilità ambientale, ricordando che solo attraverso un’azione coordinata a livello di bacino si potrà garantire uno sviluppo duraturo, sia nel Mediterraneo che in altri mari come l’Adriatico o il Mar Nero. Non è necessario che tutti procedano alla stessa velocità, ma è essenziale evitare che si proceda in direzioni opposte. I pescatori possono e devono avere un ruolo centrale. Le comunità marittime del Mediterraneo sono molto più interconnesse di quanto si immagini, e, nonostante la naturale competizione economica, sono spesso le prime a comprendere l’urgenza della tutela ambientale. La disponibilità da parte loro c’è, ma è indispensabile che venga sostenuta da politiche adeguate, che consentano a tutte le marinerie di agire concretamente in questa direzione.
Un esempio emblematico è il recupero dei rifiuti marini: molti pescatori già oggi si impegnano nella raccolta dei rifiuti che finiscono nelle reti. Si tratta di un’attività che richiede tempo, impegno e comporta un disagio operativo. Perché allora non prevedere un incentivo, una forma di riconoscimento economico o almeno una copertura dei costi di smaltimento? Si tratta di una misura concreta che andrebbe nella giusta direzione. Allo stesso modo, occorre maggiore ascolto riguardo a strumenti come il fermo pesca. I pescatori italiani contestano da anni le modalità con cui viene applicato, e anche in questo caso è mancato, a lungo, un dialogo aperto con il mondo scientifico. Responsabilizzare i pescatori è possibile e necessario, ma per farlo è fondamentale che siano messi in condizione di partecipare attivamente alle scelte e alle politiche che li riguardano.
L’auspicio è che la Blue Economy venga valorizzata non solo in termini di principi, ma anche di riscontro economico concreto. Se le pratiche sostenibili e la qualità del lavoro nel settore ittico non trovano riconoscimento sul mercato, l’intero discorso rischia di restare sterile. È fondamentale che questa valorizzazione produca un giusto ritorno economico per chi la mette in atto. E’ essenziale che la comunicazione e la promozione dei prodotti ittici e delle buone pratiche del settore vengano affidate a professionisti competenti, con il coinvolgimento diretto di chi opera quotidianamente in mare. I pescatori devono essere protagonisti, non semplici comparse. Solo con un maggiore coordinamento tra istituzioni, comunità costiere e attori economici si potrà dare forma a una vera economia blu, capace di coniugare tutela ambientale, equità sociale e sviluppo duraturo.

