Nella crisi, riflettere sul valore dell’uomo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 1:38

“Il paragone della vita dell’uomo con una corsa, per quanto non aderente in ogni punto, pure aderisce così bene per questo nostro proposito, che possiamo grazie a esso sia vedere che ricordare quasi tutte le passioni sopra menzionate. Ma dobbiamo supporre che questa corsa non abbia altra meta, né altro premio che l’essere davanti” (Hobbes T., Elementi di legge naturale e politica, I, IX, 21).

L’immagine della corsa richiamata qua in alto cui fa riferimento Thomas Hobbes ben si addice, oltre alla vita in generale, come intendeva il filosofo politico inglese, anche al particolare insieme di regole, principi, modi d’agire tipiche del contesto economico all’interno del quale viviamo, quello che più comunemente viene chiamato capitalismo. Nella più banale/basica delle sue definizioni ci troviamo a vivere all’interno di un sistema in cui individui formalmente liberi producono beni/servizi per essere immessi all’interno del mercato (offerta) dove incontrano dei potenziali acquirenti (domanda) che in base ai propri bisogni/desideri/necessità acquistato quel determinato bene/servizio.

In questo modo il denaro viene passato da un individuo ad un altro. E così avviene la distribuzione della ricchezza. Chiaramente il determinato “acquirente” non ha a disposizione solamente un’opzione sul mercato, ma ha la possibilità di decidere tra numerose opzioni di acquisto. Quindi può “scegliere” chi riceverà o meno un determinato quantitativo di denaro. Denaro il cui ruolo fondamentale nella vita quotidiana di ciascuno è anche superfluo che venga sottolineato in questa sede, ma che, anche in questo caso nella sua accezione più banale/basica, sovvenziona qualsiasi aspetto della vita di ognuno, dalle cose più fondamentali (cibo) a quelle accessorie, ma senza il quale non sarebbe possibile vivere.

Appare quindi evidente come la risorsa denaro venga distribuita tra gli individui all’interno di una dinamica competitiva, e come in ogni competizione c’è chi vince e c’è chi perde. Per la vittoria stessa da cui dipende la sopravvivenza di ciascun individuo si agisce nel modo più efficace ed efficiente, termini usati ed abusati all’interno di qualsiasi contesto economico. Il focus sulla vittoria della competizione economica genera mostri e rischia di lasciare in secondo piano, se non far dimenticare, una serie di elementi fondamentali. Difatti sull’altare dell’efficienza e dell’efficacia perde di significato, diventa inutile, ciò che non lo è, o quantomeno ciò che non lo è più.

Tra gli elementi che in questo momento vengono messi più in discussione troviamo anche il lavoro umano. È indubitabile che stiamo vivendo un momento che, come mai prima nella storia, sia caratterizzato dal miglioramento costante della tecnologia e dal suo utilizzo sempre più invasivo all’interno di tutti i contesti umani, anche quello lavorativo. Vi sono numerosi esempi di questa tendenza ed uno di questi è quella che viene chiamata la prima legge Moore la quale sosteneva (nel 1965) che “la complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistor per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni)”.

Questa già incredibile prospettiva ha subito un ulteriore miglioramento nel corso del tempo grazie alle nuove strutture architetturali adottate per la costruzione dei microchip. Lo sviluppo costante ed esponenziale della componentistica si riflette in una maggiore capacità delle macchine di calcolare e quindi di realizzare azioni nuove in ambiti sempre più complessi. Fino ad arrivare a pensare di poter realizzare una tecnologia in grado di replicare il “pensare” umano, l’intelligenza artificiale. Questa espansione, sia nella gamma di attività che nella capacità di realizzazione, della tecnologia mette in discussione il ruolo, all’interno del mercato e della società, del lavoro umano.

In un contesto come quello economico attuale, le tendenze che si possono intravedere nel mondo del lavoro come conseguenza di questa esplosione delle potenzialità economiche sono sostanzialmente di due tipi: innanzitutto la macchina, che in generale è più efficiente ed efficace (soprattutto con lo sviluppo dell’IA) degli individui (non penso che qualcuno di noi seriamente possa pensare di mettersi in competizione in una gara di velocità con una Ferrari) sostituisce man mano il lavoro umano, con indubbi e preoccupanti ripercussioni sui livelli occupazionali; secondo, la macchina, che quantomeno è più efficiente di un individuo, costringe il lavoro umano stesso ad adeguarsi ciecamente alle necessità della macchina, diventandone strumento della stessa, nella più perversa eterogenesi dei fini.

In qualsiasi modo la si veda, ci si trova dinanzi un individuo il cui lavoro viene alienato da se stesso disumanizzandosi totalmente, da un lato, dal punto di vista sistemico in favore del prodotto che produce e del mercato che deve soddisfare, dall’altro, nelle modalità di produzione, dei mezzi che un tempo dovevano aiutarlo nella propria attività, ma che ora potrebbero essere benissimo in grado di sostituirlo. Il lavoro, ormai, perde la propria dimensione nobilitante per diventare semplice strumento, o peggio ancora sostituito, da mezzi più efficienti e più efficaci di lui nella produzione e più funzionali in un mercato il cui unico scopo è quello di vincere la lotta per la vendita dei prodotti.

L’epidemia Covid19 ha mostrato con chiarezza alcune storture del sistema all’interno del quale viviamo. Un sistema che per cause endogene (in questo caso un virus) ci ha posto dinanzi a continue scelte che si riassumo nella dicotomia “morire di virus o morire di fame”; un sistema che, sull’altare del profitto, usa gli individui finché questi sono necessari al raggiungimento dello scopo; un sistema che intrinsecamente genera vincenti e perdenti, solo che questi ultimi, senza lo Stato che agisce in maniera redistributiva mettendo una toppa ad una evidente stortura, si troverebbero senza i mezzi necessari al sostentamento; un sistema che nel migliore dei casi disumanizza l’individuo nell’attività che anche il grande filosofo Hegel riconosceva come mezzo per la crescita individuale e l’umanizzazione del mondo che lo circonda (“Il lavoro è desiderio tenuto a freno, è un dileguare trattenuto, e ciò significa: il lavoro forma, coltiva”, Hegel W. F., Fenomenologia dello Spirito).

La crisi, dal greco κρίσις discernere, giudicare, valutare, tuttavia, permette, mostrando tutte le criticità del sistema in cui viviamo, una valutazione ed un giudizio delle stesse, da cui può derivare la possibilità del mutamento, che evidentemente può prendere numerose direzioni. Sarebbe importante tornare, quindi, a riflettere su quello che è il valore dell’uomo e delle sue azioni all’interno dell’attuale contesto sociale ed eventualmente provare a riappropriarsi di quell’umanità/dignità che quotidianamente stiamo decidendo di svendere per “30 denari”.

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