A cosa può portare una crisi in tempo di emergenza

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Crisi Conte

Per una singolare e preoccupante associazione d’idee, ogni volta che si sente citare la crisi di governo (ed è una cosa molto ricorrente) viene in mente un nome, e questo nome è Algeria. Non si tratta di un riferimento, per fortuna esagerato, alla tremenda guerra civile che ha sconvolto il paese a noi vicino qualche decennio fa, con centinaia di migliaia di morti. No, non è questo il caso, e – lo ripetiamo – l’iperbole sarebbe per l’appunto tale: eccessiva e lontana dalla realtà.

Molto più vicino alla realtà di questa crisi, di cui nessuno sentiva la mancanza, quel che l’Algeria volle significare per la Francia, qualche decennio ancor prima della guerra civile. Era, per l’esattezza la fine degli anni ’50, e Oltralpe una serie di governi deboli retti da una classe politica inadeguata quanto rissosa non riuscivano a venire a capo della lotta degli algerini per la loro indipendenza. Impresa impossibile: l’Algeria non era una colonia, ma un territorio d’oltremare. Francia al di fuori della Francia: impossibile cedere, per Parigi e i suoi instabili governi.

Ora, quei governi e quella classe politica così duri con gli indipendentisti quanto deboli al loro interno, finirono per ottenere un duplice risultato: non risolvere la questione algerina e far venire a noia le istituzioni rappresentative e parlamentari al francese medio. Non solo a lui, a dire la verità: John Steinbeck arrivò ad immaginare, in un romanzo breve, il ritorno a Parigi della dinastia dei Pipinidi di Heristal.

Alla fine si decise di cambiar tutto e nacque la Quinta Repubblica: quella creata da De Gaulle e finita con Hollande e Sarkozy, e adesso Macron. Non esattamente qualcosa di cui esaltarsi. L’Algeria, sia detto per inciso, ebbe da De Gaulle l’indipendenza, e così la Francia si ritrovò anche priva del suo Oltremare.

Tutto questo viene in mente perché anche noi abbiamo la nostra emergenza nazionale, ben più legittima delle dubbie veterocolonialiste del francese medio di settant’anni fa. Si chiama coronavirus, e quando va bene miete più di quattrocento morti al giorno. Il vaccino ce lo danno letteralmente con il contagocce, per gentile quanto pagata concessione di qualche multinazionale. Speriamo arrivi presto quello di produzione domestica: questo è uno dei pochi casi in cui l’autarchia ha vero diritto di cittadinanza. La ripresa economica non si manifesterà prima di quel momento, nel frattempo guai ai vinti ed agli esclusi. A Roma, sotto Natale, a farsi aiutare dalle istituzioni caritative erano più di quarantamila: quanto l’intera Rieti, o la metà della ricca Vicenza. Ci si pensi e si concluda il ragionamento.

Ora, che bisogno c’era di fare una crisi di governo? Hai voglia a dire che tanto il Paese va avanti lo stesso: non è vero. Di fronte alle emergenze c’è bisogno di presenza, e di una presenza forte. Altrimenti le multinazionali sopra citate fanno quello che vogliono, gli alleati si dileguano e gli amici non sanno più che fare. Lo dimostra il Recovery: da quando a Roma è ricominciata la fibrillazione a Bruxelles (ma soprattutto in quei quattro paesi minori che si autodefiniscono frugali) hanno ripreso forza i falchi e i dubbiosi. Niente di meglio che puntare l’indice sull’Italia per nascondere sotto il tappeto che in casa propria il governo è entrato in crisi – come in Olanda – perché spremeva soldi a chi è povero, accusandolo di frode.

Nessuno getta la croce addosso a nessuno, ma i fatti sono evidenti. L’idea di ritirare la propria delegazione dal governo è apparsa, ad esser generosi, maldestra e non la si può giustificare con la corretta affermazione che Conte, in questi mesi, ha voluto far tutto da solo. Vero, ma Renzi da questo punto di vista non è certo il pulpito da cui può arrivare la predica. Se ci limitassimo però ad un semplice gioco di attribuire torti e ragioni perderemmo la giusta prospettiva, e cioè che siamo di fronte alla nostra Algeria. O si interviene se non altro con spirito di unità di fronte all’emergenza, o le conseguenze potrebbero essere ben gravi. Anche dal punto di vista delle istituzioni democratiche. L’attuale classe dirigente non si dimostra essere all’altezza, e quando questo avviene di fronte a prove particolarmente dure possono maturare svolte radicali quanto cariche di rischi.

Si dirà: in fondo per la Francia l’aver cambiato pagina fu un bene. De Gaulle fu un grande presidente. A parte il giudizio storico, ben più complesso, ma qui – non nascondiamocelo – si partirebbe direttamente da Sarkozy. Perché di leader deboli e pretenziosi noi non abbiamo atteso cinque repubbliche per regalarcene una schiera: c’è bastata la seconda. La terza sarebbe un disastro di populismo similfranchista.

Eppure uno scuotimento dei pesi sarebbe necessario: è dai tempi d’Atene che democrazia e prosperità iniziano da questo. Allora ci azzardiamo a immaginare che il metodo di selezione della classe dirigente potrebbe essere mutato, e immaginiamo anche come: con l’introduzione di una legge elettorale nuova, proporzionale, che ridia ai cittadini l’opportunità, ma anche la responsabilità, di scegliere davvero chi li rappresenta. Le istituzioni democratiche diverrebbero più rappresentative, l’accountability (se così si dice) della classe dirigente più precisa e cogente.

Non ci illudiamo: non si tratterebbe della panacea per ogni male, perché le istituzioni sono fatte delle persone che le impersonano, quindi non c’è istituzione che tenga se poi si elegge Arlecchino. Però almeno un male, un solo, forse ci passerebbe, e già sarebbe qualcosa. Questo male è la Sindrome Algerina sconosciuto anche ai premi Nobel per la medicina, ma pericoloso quasi quanto il coronavirus.

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